LAZZERA
ovvero un'idea di scienza
di
Alessia Biasiolo
PERSONAGGI
Ippocrate
Un dottore in medicina
Il Guercio, l'untore
Un medico
Due monatti secenteschi
Lazzera, una donna del popolo
Due tossicodipendenti
Uno scienziato
Due robot
Un cronista
Note di regia
i due monatti e i
due tossicodipendenti dovranno essere interpretati dagli stessi attori, così
come il guercio della prima scena diventerà lo scienziato della terza e il
medico della prima scena diventerà il ricercatore principale della scena terza.
I due robot della
quarta scena saranno interpretati dai ricercatori scientifici della terza.
Lazzera è una
donna del popolo vestita da stracciona nella prima e trza scena, mentre
nell'ultima i suoi stracci sono metallici. è vivace, decisa, infantile, a
tratti volgare a tratti incarnazione della saggezza.
NELLA PRIMA SCENA,
DURANTE LA RECITAZIONE DEL GIURAMENTO DI IPPOCRATE, E' POSSIBILE FARE APPARIRE
SUL FONDO UNA SERIE DI PERSONAGGI DELLA MEDICINA NELLE VARIE EPOCHE STORICHE,
MAN MANO CHE ALLA VOCE DI IPPOCRATE SI UNISCONO LE ALTRE.
LA MUSICA DI FONDO
DELLA TERZA SCENA, PRINCIPALMENTE, POTRA' ESSERE "VICTIMS"
CANTATA DA BOY GEORGE.
SCENA PRIMA
Una città
italiana durante la peste del '600.
La scena si apre
su Ippocrate sul fondo che inizia a recitare ad alta voce il Giuramento. Un
riflettore su di lui; ombra intorno.
Giuro su Apollo
medico e su Asclepio e su Igea e su Panacea e su tutti gli dei e le dee,
chiamandoli a testimoni, di tener fede secondo le mie forze e il mio giudizio a
questo giuramento e a questo patto scritto.
(Una voce fuori
campo si unisce a quella di Ippocrate).
Riterrò chi mi ha
insegnato quest'arte pari ai miei stessi genitori, e metterò i miei beni in
comune con lui, e quando ne abbia bisogno lo ripagherò del mio debito e i suoi
discendenti considererò alla stregua di miei fratelli, e insegnerò loro
quest'arte, se desiderano apprenderla, senza compensi né impegni scritti;
(Un'altra voce
fuori campo si unisce alle due).
trasmetterò gli
insegnamenti scritti e verbali e ogni altra parte del sapere ai miei figli così
come ai figli del mio maestro e agli allievi che hanno sottoscritto il patto e
giurato secondo l'uso medicale, ma a nessun altro.
(Un'altra voce
fuori campo si unisce alle precedenti).
Mi varrò del
regime per aiutare i malati secondo le mie forze e il mio giudizio, ma mi
asterrò dal recar danno e ingiustizia.
(Altra voce fuori
campo unita alle precedenti).
Non darò a
nessuno alcun farmaco mortale neppure se richiestone, né mai proporrò un tale
consiglio: ugualmente non darò alle donne pessari per provocare l'aborto.
Preserverò pura e santa la mia vita e la mia arte.
(Altra voce fuori
campo unita alle precedenti mentre passa sulla scena un giornalista che si ferma
un momento ad inquadrare e forografare Ippocrate, poi esce di scena).
Non opererò
neppure chi soffre di mal della pietra, ma lascerò il posto ad uomini esperti
in questa pratica.
(Altra voce fuori
campo unita alle precedenti).
In quante case
entrerò, andrò per aiutare i malati, astenendomi dal recar volontariamente
ingiustizia e danno, e specialmente da ogni atto di libidine sui corpi di donne
e uomini, liberi o schiavi.
(Altra voce fuori
campo con le precedenti).
Equanto vedrò e
udirò esercitando la mia professione, e anche al di fuori di esse nei miei
rapporti con gli uomini, se mai non debba essere divulgato attorno, lo tacerò
ritenendolo alla stregua di un sacro segreto.
(Altra voce fuori
campo con le precedenti).
Se dunque terrò
fede a questo giuramento e non vi verrò meno, mi sia dato godere il meglio
della vita e dell'arte, tenuto da tutti e per sempre in onore. Se invece sarò
trasgressore e spergiuro, mi incolga il contrario di ciò.
Entra in scena, in
ombra, quatto, un tabarro nero che lo avvolge, un uomo sinistro, cieco da un
occhio, l'untore. Le luci vanno su di lui.
Musica di
sottofondo incombente rendendo il clima tragico.
Untore:
I monatti sono già passati di qua, a raccogliere le vittime del mio animo
immondo. Ma odo ancora lamenti di superstiti e pianti di figli rimasti senza
padri. Orsù, devo quindi darmi da fare e ingegnarmi a introdurre il male mio
tra i pertugi lasciati nella calce viva con la quale, oh!, credevano loro di
proteggersi! Acqua, aria, terra, polvere delle strade lerce di liquami
stomachevoli, tutto, tutto, devo untare per ammalare, uccidere questi sudici
uomini. E vederli morire di stenti e sofferenze, contorti nel male, loro prima
opulenti di fornicazioni e vitelli, senza amici né consiglieri, nel silenzio
delle feste e delle celebrazioni eleganti. Così, tutti contriti della loro vita
scialacquata e gioiosa. Anche loro compresi di mestizia mentre il mio socio
s'ingrassa di bare di legno scarto con cui li chiudiamo per sempre! Ah, ah, ah
(ampia gracchiante risata).
E fors'anche solo
un lenzuolo, unto e bisunto delle mie pozioni mentre pure il signore del
castello mi ha mandato una missiva di molti denari perché lo risparmi. Lo
risparmi!? Ah, certo. Un sacchetto di juta, ci vorrebbe per proteggerlo! Per
avvolgerlo in maniera aderente aderente, morbida, sensibile, perché senta la
vita ma non vi arrechi danno con i suoi aliti e i suoi volgari argomenti con i
quali ha molestato fantesche e giovinetti nella par maniera! Morire tutti
devono! E rendere me signore del deserto che rimarrà, io che fino a ieri non
ero altro che un povero guercio senz'arte né parte. Vado. La notte mi è
sorella e mi copre: infetterò l'acqua appena be nedetta nelle chiese mentre gli
angeli credono di avere chiuso tutto, a chiave!
Esce di scena
l'untore. Accanto ad Ippocrate rimasto sul fondo, si pone un dottore in camice
bianco lungo con in mano un rudimentale microscopio. I due prendono a recitare
ancora ad alta voce il Giuramento.
Entrano in scena
due monatti stracci e sporchi recando una portantina.
Dall'altro lato
della scena entra un medico stravolto e senza mantello, con pochi abiti
aderenti.
Monatto:
Oh, cos'hai? La capra t'ha divorato anche i vestiti oltre che i
libri, oggi?
Medico:
Taci, taci.
Altro
monatto: Già, ché non ha potuto studiare codesta malattia! La capra
ci ha nella sua stanzetta: gli fa il latte e gli mangia i libri, a capitolo a
capitolo!
Monatto:
Pensa di far un favore a noi, compare, che ci facciamo i soldi
buttando i morti!
Altro
monatto: E intant'io ci ho perso la suocera, la moglie, i figli e i
fratelli. La madre vecchia rimane! In campagna, a pascolare mucche!
Medico:
Tacete, tacete, signori, che non mi ci raccapezzo più. Tutti pieni di bubboni
che né salassi né ricini fanno passare: tutti che mi vedono e inveiscono quasi
fossi la causa dei loro mali. Tutto il giorno senza vesti qua e là, a pensar
infusi, a chiudere porte e finestre e fessure, a far buttare morti. Don Filippi
a non dar ascolto che l'acqua delle acquasantiere va spedita, che in chiesa non
ci si dovrebbe andare, ché meglio che ognuno stia per i fatti suoi o che vada
dove l'aria è buona e non c'è stò caldo infernale. Manca l'acqua. E s'avrebbe
da lavare tutto. Altro che latte di capra! Son due giorni che non mangio e se
trovo i parenti dei morti mi rincorrono per accopparmi. Ieri sera ho mostrato a
Sora Marta come doveva portare su le gonne per non farle toccar terra a
inzaccherarsi degli sputi dei malati e giù, suo marito a darmi una bastonata
sul groppone! Per me sono i Veneziani a portare male. Loro e quella donnaccia
sozza della Lazzera che va imboscando denari per poche croste!
Monatto:
Lei però è viva e fa star bene tutte le donne ricche e i loro figli che si
sono affidati ai suoi servigi.
Altro
monatto: E senza aver studiato tutti i tomi di medicina di cui ti sei
nutrito tu per girar senza vestiti!
Medico:
Ma è così, così che s'ha da fare per non portare nelle case l'unto...
Monatto:
Ah, l'hai detto! Allora è l'unto!
Medico:
Beh, sì, insomma ... forse un male studiato dai Veneziani per farci morire ...
forse un'aria portata da lontano dai venti o un unguento ...
Monatto:
Del Guercio! E' l'untore, vero?
Altro
monatto: Dillo e cominceremo a rincorrerlo con il fuoco!
Monatto:
E a far bruciare tutte le pezze lorde ...
Altro
monatto: E tutti i mali nostri!
Monatto:
Dillo, è l'untore allora che ha la colpa di questo?
Il medico,
desolato, si volta a destra e a manca, confabula nomi latini, pensa e ripensa
ma, dinanzi ai monatti che lo guardano in cagnesco e lo pressano da vicino,
afferma:
Medico:
Sì, un rimedio è il rogo all'untore.
Monatti:
L'untore! L'untore! Il Guercio é l'untore!
Imonatti corrono
via urlando mentre il medico tira un respiro di sollievo e si asciuga il sudore
della fronte con un fazzoletto.
Dalla parte dalla
quale sono usciti i monatti entra una vecchia stracciona, saltellante.
Lazzera:
L'untore, l'untore! (con voce gracchiante e saltellando per la scena intorno al
medico). Addosso all'untore per ordine del medico. Saltate, saltate, ché la
medicina l'impone! Un due tre, un due tre, salta cavallo e re, salto e rimbalzo
che il male te lo ammazzo! Quattro cinque sei che grullo medico che sei!
Lazzera continua a
saltellare intorno alla barella sulla quale si è seduto intanto il medico.
Medico:
Piantala di deridermi, Lazzera!
Lazzera:
Guarda, guarda! Alchimia, stregoneria! Chiamala come vuoi tu, ma guarda! Denari
sonanti d'oro.
Medico:
Dove li hai presi?
Lazzera:
Il figlio minore della granduchessa si era ammalato ed è guarito. Senza
estrema unzione, senza il Guercio, senza salassi. Solo le mie croste nel
braccio. Ed ora sono ricca. Ricca! Più di denaro che di sapere! Senza i tuoi
impiastri di fichi e pistacchi e senza girare come un mentecatto con l'aceto sul
naso. Guardati lì come sei ridotto! A voler negare ragione agli alambicchi e a
girar sbragato a gridare (in falsetto): l'untore, l'untore! E con le finestre
aperte è guarito il pargolo! Come dai libri antichi! Non con tutto tappato di
calce viva! Aria, aria ci vuole! Non sottoscale e penitenze!
Medico:
Aperte?!
Lazzera:
Sì, aperte! - piegandosi verso di lui e guardandolo fisso a due dita dal
naso - Così si guariva anche ai tempi delle novelle che adesso censurano per
negare la verità della vita! Ma io so, ah sì, caro mio!, so come si deve
vivere (voltandosi verso il pubblico). Aprire! Ai Veneziani, agli stranieri,
alle novità, a tutto ciò che fa paura perché è diverso e vivere, vivere!
Sempre!
Medico
- borbottando -: Vivere in mezzo a tutti
questi morti!
Lazzera:
(Parlando al medico girandogli intorno). Non temere e meditare, vietare,
moralizzare per paura! Guarda: anche tu hai paura!
Medico
- borbottando -: Eccome se ne ho!
Lazzera:
Degli indumenti lunghi e del tuo essere spoglio, del tuo saper tutto di greci
antichi e sanguisughe e niente del bisogno della vita. Oh, scienza! Troppo tempo
gettato a studiare se stessa e poco l'esistenza mentre è lì. Studia i morti!
Oh, che ti pagano moneta sonante i morti? (agitando il sacchetto di monete). Che
si fa come i regnanti che fan pagare tutto? Mettiamo il balzello anche su chi
piglia i bubboni e doppio su chi non li ha presi?
Il medico fa una
smorfia di sorriso.
Lazzera:
Ridi, ridi dottore (pomposa) che già sono atterriti i tuoi pazienti! Che, non
era il tuo amico a dire (avviandosi per uscire): "La vita è breve, l'arte
è lunga, l'occasione è fuggevole, l'esperimento fallace, il giudizio
difficile?".
Esce Lazzera e da
fuori campo si sente la sua sonora risata. Il medico si alza dalla barella
mentre in lontananza si sentono voci di persone che si interrogano sull'untore e
dove può essere.
Medico:
Senti questa stracciona! Recita pure Ippocrate! Che abbia ragione? Che sia un
inganno la Scienza? Che valga di più la pena dar retta al proprio lume che a
quello degli altri lontani ammuffiti tra i libri? Che forse avrei avuto anch'io
i colori della vita della Lazzera anziché i pallori del lume che si spegne ogni
sera sui miei sonni di studioso? Mah, chissà! Intanto che si sfoghino a
cacciare l'untore così io me la posso dare a gambe finché non mi vedono.
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