I RACCONTI DI ABI
Alessia Biasiolo
PER UN NUOVO PROGETTO EDUCATIVO
I racconti di ABI
sono dedicati a tutti i bambini che vivono con noi e dentro di noi, per cercare
di creare con loro un nuovo modo di strutturare la scuola, perché sia veramente
momento di crescita ma, soprattutto, perché sia più 'bambina', più come i
bambini, come noi ...
C'ERA UNA VOLTA IL PIÙ BRAVO DELLA CLASSE
Uno dei lati
negativi della scuola è essere dotato per gli studi, riuscire bene e senza
fatica, essere interessati alle lezioni, ricordarsi di eseguire i compiti.
Infatti questo porta ad essere guardati dalla maestra sempre con sorrisi,
perché quando i suoi occhi si pongono su di te trova un momento di relax alle
urlate fatte ai compagni che sono distratti, disturbano, non apprendono. Il
ruolo di primo della classe è importante non per te, quindi, ma per la maestra
che capisce di essere capace di fare la maestra perché c'è qualcuno che
apprende. Che misura le sue capacità e quelle della scolaresca sulle tue e si
regola di conseguenza. Per te non è molto bello essere bravo. Sei deriso
perché "secchione", cioè sembri uno che trascorre il tempo a
studiare e nient'altro, sei odiato per le tue capacità, sei invidiato per il
sorriso della maestra, un sorriso che a volte neanche si vede, ma che si sente
che lei ha dentro nei tuoi confronti.
Io sono il più
bravo della classe. Non mi ci è voluto molto a capirlo. Io mi ricordo sempre
quali sono i compiti da fare, capisco quello che la maestra spiega, ripeto le
lezioni alla perfezione, la ascolto mentre parla, i miei compagni vengono da me,
in classe, per farsi spiegare ciò che la maestra non riesce a spiegare a tutti,
mi telefonano a casa per chiedermi consigli. Qualcuno mi invidia, ma non me lo
dice perché sono comodo quando devo spiegare i compiti.
Siccome i miei
genitori mi hanno detto che è sempre stato così, nella scuola, e che anche
quando ci andavano loro in classe avevano i più bravi e chi lo era, era
antipatico perché si dava un sacco di arie, vestiva di tutto punto e parlava
'forbito', credendosi superiore, io ho deciso di essere il più bravo della
classe nel vero senso della parola e di inventare un nuovo modo di essere.
Io non passo tutta
la mia giornata sui libri, non sono antipatico, non mi distanzio dagli altri,
non vesto di tut to punto e non parlo diversamente da tutti i miei compagni,
quindi desidero essere accettato da loro per come mi sento, non per come appaio.
Penso che sia importante il mio ruolo perché posso fungere da tramite tra la
scuola e i bambini come me e spiegare alla maestra che i miei compagni non hanno
capito, quando non hanno capito, o ai miei compagni quando sono loro a non
riuscire ad essere sulla stessa lunghezza d'onda della maestra.
Credo che la mia
capacità di apprendere sia dovuta al fatto che mi è stato insegnato che la
scuola serve per la vita, per imparare tante cose belle e nuove che mi possano
aiutare a vivere meglio, cercando la mia strada, quella che mi renda felice. Per
questo io non vedo nella maestra un nemico, ma una persona che mi aiuta a
vivere, che mi insegna per il mio bene e non perché non ha niente di meglio da
fare.
Così un giorno
sono andato a scuola deciso a sottolineare il mio ruolo di leader non come se
fosse un merito, ma come se fosse un servizio: io che mettevo le mie capacità a
servizio della scuola e dei miei amici-compagni, per cercare di imparare in un
ambiente in cui tutti si poteva crescere assieme.
Sono andato dritto
dritto dalla maestra e le ho chiesto se mi dava il permesso di dire una cosa
importante a tutta la classe. Lei mi ha guardato un secondo e ha annuito con il
capo. Poi ha chiesto il silenzio dei miei compagni e mi ha fatto cenno di
iniziare.
"Non voglio
parlare molto" e di colpo mi sono sentito tutto rosso in viso, tanto rosso
che avrei voluto scappare: non è molto semplice fare fuori quello che si ha in
testa, anche se è una buona cosa; "voglio solo mettere ai voti il mio
ruolo di primo della classe. Alzino le mani quelli che pensano che io lo
sia".
Purtroppo per me,
mentre i miei compagni si guardavano con aria interrogativa, sicuramente
pensando che fossi un vanesio, tutti alzarono le mani, confermandomi che non mi
ero sbagliato nel giudicarmi. Dopo un gran sospirone continuai: "Allora,
visto che sono il più bravo della classe, volevo dirvi che non è colpa mia,
come non è colpa di Lucia essere su una sedia a rotelle o di Luca avere dei
problemi di apprendimento. Allora, se siamo capaci di accettare chi ha dei
deficit, dobbiamo essere capaci di accettare quelli che hanno le capacità senza
invidiarli o prenderli in giro. E se si comportano da superiori dire loro che
non devono, ma che se non si comportano da superiori non dobbiamo pensare che lo
siano solo perché siamo gelosi di loro. Io non voglio gareggiare con nessuno,
anzi cerco di aiutarvi, se posso, allora non dovete prendermi in giro, perché
io ci resto male". I miei compagni stavano zitti ed io avevo una grande
paura. Non volevo guardare la maestra perché, se avessi visto la sua faccia,
sarei scappato.
"Volevo dirvi
che io non sono antipatico come pensate voi quando prendo il voto più alto e
che non passo tutto il giorno a studiare: mi piace giocare, ma nessuno di voi
viene a casa mia perché pensa che io sia noioso. Io mi diverto tanto con tutti
i miei giochi, ma mi divertirei di più con voi. Non dovete telefonarmi solo per
chiedermi di farvi i compiti: possiamo andare al giardino assieme, o al cinema,
o in piscina. Io mi propongo come il più bravo della classe, vi aiuterò,
aiuterò la maestra a capirvi meglio, dirò a lei quali sono i vostri, o nostri
problemi, ma perché io sono il più bravo della classe, non lasciatemi
solo".
Mi girai verso la
maestra e vidi che aveva gli occhi rossi. I miei compagni tacevano, poi Giulia
cominciò ad applaudire e anche gli altri e io sarei scappato: che vergogna,
chissà cosa pensavano di me. Ma mio papà dice sempre che bisogna dire quello
che si pensa e confrontarsi con gli altri ed io lo avevo fatto. Che fatica! Non
sapevo più cosa pensare, e forse era meglio non pensare più. Ci avevo messo
due giorni a convincermi di parlare.
"Bambini"
intervenne la maestra "il vostro compagno vi ha fatto una domanda, anche se
tra le righe. Siete d'accordo con lui?".
"Sììììì!"
fu l'urlo che seguì ed io volevo sprofondare nella terra, ma le piastrelle non
me lo permettevano.
"Bene, allora
Andrea è il vostro capo. Cominciamo la lezione. Prendete il quaderno ...".
Da quel giorno
sono il nuovo più bravo della classe.
LA LEZIONE DI INGLESE
La nostra maestra
di inglese si chiama Giovanna. Ci insegna tante cose in quella lingua diversa
dalla nostra che tanto si usa in tutto il mondo. Mio papà dice che è
importante conoscere le altre lingue, soprattutto l'inglese. A me piace studiare
l'inglese e mi piace Giovanna, però un giorno, durante la ricreazione un mio
compagno, Enrico, fece un'osservazione giusta. Ad Enrico non piace studiare
l'inglese.
"Che cosa
serve l'inglese, poi, non l'ho capito".
"Perché?"
chiedemmo in coro in tre, seduti su un muretto a mangiare una merendina.
"La Giovanna
continua a dirci come si dice in inglese banco, sedia, lavagna. Ma quando io
sono in vacanza e conosco un altro bambino che parla in inglese, mica ci diciamo
queste cose! Sì, ci ha insegnato a dire come ci chiamiamo, dove abitiamo: ma
dopo di questo, se io voglio giocare a pallone o costruire un castello di
sabbia, come faccio a dirglielo? A gesti, come al solito, e per fare dei gesti
non serve stare a scuola tutto questo tempo".
"Andrea, puoi
fare qualcosa?" mi disse la vocina di Annalisa che era tutta in mia
ammirazione da quando ero ufficialmente il primo della classe.
"Certo,
diglielo!" aggiunse Enrico.
Ecosì,
l'indomani, andai a parlare con Giovanna, nella sala riunioni dove lei stava
correggendo i nostri compiti mentre aspettava un'altra lezione.
"Maestra,
posso parlarti?".
"Certo,
Andrea, dimmi".
"Durante la
lezione di inglese, non potresti insegnarci delle cose che servono di più a noi
bambini? Come si dice ad un bambino che parla inglese che vogliamo giocare a
pallone con lui o costruire un castello di sabbia in riva al mare, per
esempio".
"Ci
arriveremo, Andrea, con calma. Prima dovete imparare le cose più semplici,
quelle che vi servono tutti i giorni".
"Ma non ci
puoi dire anche le altre?".
Giovanna ci pensò
su un po'.
"Mi parli a
nome di tutti?".
"Sì".
"Ho saputo
che sei diventato il 'primo della classe ', vero?".
"Sì"
arrossii di nuovo, tanto che le guance mi facevano male.
"Va bene,
proverò ad insegnarvi nuove parole".
Giovanna è una
che mantiene le promesse e così le sue lezioni cominciarono a piacere anche ad
Enrico.
"Sapete come
si dice: giochiamo a pallavolo? Sapete come si dice: vuoi venire sul pattino con
me? Sapete come si dice: giochiamo a pallone durante la ricreazione? Sapete che
cosa mangiano durante la ricreazione in Inghilterra? E nelle isole del Pacifico
dove si parla l'inglese? Sapete come si dice: la maestra d'inglese è
simpatica?" e qui ridevamo tutti.
Poi un giorno
Giovanna ci ha portati in cortile. C'era il sole ed era divertente studiare
all'aperto. Ci insegnava a parlare in inglese mentre facevamo le capriole.
"Sapete come si dice capriola in inglese? E cavalluccio? Anche se non
sapete tutta la frase, a volte vi bastano le parole per spiegarvi. Adesso dite:
facciamo le capriole". E noi ripetevamo in inglese. "Adesso dite:
saltiamo la corda, giochiamo a palla, saltiamo in cerchio, corriamo in tondo,
giochiamo a nascondino, facciamo il gioco della bandiera, ho fame: facciamo
merenda".
Era
divertentissimo. Enrico si divertiva un mondo, e anche Annalisa e tutti gli
altri e sapevamo l'inglese sempre di più ed era sempre più divertente.
Ho pensato che è
proprio importante comunicare con gli altri, ma anche sapere comunicare con gli
altri.
Enrico andando
male in inglese voleva dire a tutti che le lezioni di Giovanna non gli
piacevano, ma era riuscito solo a dire che lui per l'inglese non era portato.
Invece a dire le cose direttamente, con garbo, si ottiene sempre un migliore
risultato.
"Adesso
ripetete in inglese come si dice sedia, banco, lavagna, merenda, capriola,
maestra, gesso ...".
LA TRISTEZZA CIGOLANTE
Lucia non era mai
stata presa in giro per il fatto di essere costretta a vivere su una sedia a
rotelle. Il primo giorno di scuola, ci avevano detto, genitori, maestre,
direttore, che era una bambina come noi e, in fondo, il discorso ci era sembrato
molto ovvio. Spesso i grandi pensano che noi bambini, perché siamo bambini, non
siamo in grado di capire i fatti della vita. Non si rendono conto che sono loro,
proprio loro a non capirli e a farli capire male anche a noi. Tutti avevamo
capito che Lucia era come noi perché aveva la nostra età, sorrideva come noi,
parlava come noi, solo non poteva muoversi. Allora la sua sedia a rotelle era le
sue gambe e per noi era normale: l'unica differenza era che lei non poteva fare
ginnastica con noi, ma se ne stava in un angolo della palestra. E siccome era
fastidioso per lei stare lì a guardare senza fare niente, un giorno si è messa
a fare ginnastica con le braccia, le spalle, la testa, così ci faceva compagnia
e noi eravamo contenti.
Lucia dal primo
giorno di scuola non faceva niente per essere diversa e così viveva le ore
scolastiche serenamente con tutti noi suoi compagni di classe.
Poi, un giorno,
arrivò a scuola cigolando. Sì, avete capito bene, proprio cigolando. Era buffo
che una persona normale cigolasse, così, ogni volta che Lucia si muoveva, noi
ci mettevamo a ridere, o a sorridere, era più forte di noi.
Eproprio perché
Lucia era una bambina normale, si vergognava di cigolare; tutta rossa diceva,
parlando quasi a se stessa: "Non so che cosa sta succedendo, non capisco
che cosa cigoli, non riesco a smettere ...".
Era così
imbarazzata che ad un certo punto, visto che cigolava sempre di più, si mise a
piangere e tutta la classe restò così in silenzio che il suo pianto riempiva
la lavagna di richieste d'aiuto. Poverina. Avevamo capito che non avremmo dovuto
ridere, ma come si poteva non ridere c on tutti i sibili che produceva Lucia
persino quando respirava?
La maestra cercò
di consolarla, dicendole che non doveva piangere per così poco. Come al solito
i grandi si soffermano sempre all'esterno di noi bambini e, per fortuna,
intervenne Enrico che non ha mai tanti peli sulla lingua.
"Bisogna
farla smettere di cigolare, maestra, così noi non ridiamo e lei non piange.
Vado a chiedere al bidello un po' di olio? Mio papà lo fa sempre con le porte:
quando cigolano e la mamma grida che non le sopporta, lui mette l'olio nelle
fessure dei ganci".
"Anche a casa
mia le porte cigolano ..." tenne a precisare la vocina di Annalisa che,
probabilmente perché non aveva il papà, adesso sapeva come porre rimedio al
fastidio.
Così, Enrico
andò dal bidello e tornò con un grosso oliatore quasi spaventoso, perché
Lucia lo guardò con due occhioni enormi mentre si consolava mangiando la
barretta al cioccolato di Mattia.
"Ci penso
io" disse Enrico con aria saccente.
"No, è
meglio che faccia io, altrimenti ti sporchi" gli rispose la maestra.
"Sei
capace?" le chiese Enrico.
La maestra non
dev'essere stata contenta di sentirsi chiedere ciò perché lo guardò di
sbiego. Enrico aveva ragione di dubitare, però, perché la maestra non era
molto brava nelle cose pratiche. Quella volta se la cavò bene, con l'oliatore
che cercava ogni minimo incavo della sedia a rotelle di Lucia, tutta impegnata a
curare le finte gambe di quella bambina disperata.
Finita
l'operazione, tutti restammo con il fiato sospeso: la maestra andò dietro
Lucia, afferrò saldamente le maniglie della sedia, spinse un pochino: silenzio.
Spinse un po' di
più: silenzio. Fece dondolare Lucia avanti e indietro (per fare entrare bene
l'olio, diceva): silenzio. Lucia non credeva alle sue orecchie. Non cigolava
più.
"Che
bello!".
"Sei
contenta?".
"Sì,
maestra, meno male ...".
"Beh, anche
se cigolavi un po' ...".
"Non era
quello. Avevo paura ...".
"Di che cosa?
Di essere presa in giro?".
"No, avevo
paura di non potere più muovermi".
"Ma no, la
sedia andava ancora!".
"Sì, ma se
si rompe i miei genitori non possono comperarmene un'altra e io non posso
camminare senza la sedia!".
Ci guardammo un
momento. Poi la voce di Enrico ruppe il silenzio.
"Se Lucia non
potrà camminare perché senza sedia, potremmo sempre prenderla in
braccio!".
PAOLA
Se Lucia è una di
noi, come noi, Paola fa di tutto per dimostrare a se stessa e agli altri, che è
un essere superiore. Ogni mattina arriva a scuola in ritardo, appena quei due o
tre secondi dopo il suono della campanella che le permettono di farsi notare;
entra in classe con passo da indossatrice, guardandoci con aria di sufficienza,
così, come se fossimo qualcosa puzzolente dal quale allontanarsi al più
presto. Come se non si sentisse! Ha sempre addosso un odore ... dev'essere
profumo, ma è nauseante! Una volta è stata mia vicina di banco per una
settimana ed io non ne potevo più. Tant'è vero che quando la maestra disse:
"Già che stai così buono vicino a Paola ti lascerò sempre accanto a
lei", mi venne un attacco di mal di pancia. Mi misi d'accordo con il
compagno che mi stava dietro e cominciammo a chiacchierare tutto il tempo per
farci cambiare di posto: non funzionò. La maestra cambiò posto al mio
complice-compagno affibbiandogli una nota e dei compiti di matematica
supplementari, ma io rimasi vicino a quella smorfiosa. Sì, lo so, non sono cose
che si dicono. Ma Paola é una smorfiosa. Perché non dovrei dire la verità?
E' un modo di fare
degli adulti che non capisco. Ci insegnano a dire la verità, il che vuol dire
che è una cosa giusta che anche loro conoscono: dire la verità è sempre un
bene anche per chi lo fa, perché così non si trova a disagio quando deve
raccontare un fatto: non corre il rischio di sbagliarsi e di dire prima una cosa
e poi un'altra (lo so ch e non si dovrebbe sempre ripetere 'cosa', ma non so
trovare alternative come vorrebbe la maestra). Però, quando si tratta di
esprimere ad una persona la propria opinione, gli adulti sono presi dal panico:
cominciano a dire che non sta bene questo, non sta bene l'altro, così non si
capiscono più, ognuno pensa che l'altro intendesse qualcosa diverso da quello
che pensava veramente e così è tutto un pasticcio. Paola è una smorfiosa e
tutti noi la pensiamo così. Beh, alla fine mi sono messo a farle i dispetti e
così lei continuava a lamentarsi con la maestra che penso non le credesse
perché io i dispetti non li faccio mai a nessuno.
E' stato proprio
questo a convincermi che dovevo parlare a Paola una volta per tutte. Durante la
ricreazione l'ho presa in disparte dalle sue due uniche amiche e le ho detto che
non sopportavo più il suo profumo, che le facevo i dispetti per questo e che
volevo cambiare di posto; visto che la maestra, però, non me lo cambiava,
doveva chiedere di cambiarlo lei. Così fece, con mio grande sollievo. Non che
tutti i problemi fossero risolti! Paola è una spia. Se la maestra si dimentica
di assegnarci i compiti lei le dice che non abbiamo niente da fare; se un
compagno copia, lei, con voce stridula, dice: "Maestra, maestra ...
!", è odiosa quando fa così! Se qualcuno non capisce la lezione e chiede
alla maestra di ripetere la spiegazione, lei si annoia e dice che non la vuole
risentire mentre sussurra al compagno che non ha capito: "Deficiente!"
e siccome lei è una ruffiana e per un niente si mette a piangere, la maestra
non le dice niente. Per me fa finta di non sentire, perché una volta quella
parola si è sentita benissimo. Non è giusto che la maestra non intervenga,
soprattutto quando si nasconde dietro la frase: "Dovete imparare a
sbrigarvela da soli!", sì, ma quando ce la sbrighiamo ci troviamo puniti.
E' difficile imparare a ragionare come i grandi e loro non si rendono conto che
ci vuole tanto tempo per crescere, pensano che noi siamo già come loro. La
maestra ci aiuta molto, ma qualche volta è troppo adulta, pensa da adulta e in
modo molto lontano da noi.
Paola, comunque,
è sempre più insopportabile. Crede davvero di essere un'adulta e si veste
persino come sua madre, quasi sempre di nero: minigonna, scarpe con un po' di
tacco, giacche attillate; ha le unghie laccate di bian co e le mostra come se
fossero un cimelio. E' esagerata. E non è nemmeno troppo brava a scuola: studia
poco, non si impegna ed ha il coraggio di dare dei deficienti agli altri!
Insomma, è difficile convivere per un'intera giornata con una persona così,
anche se è 'normale' perché, come ho detto prima, fa di tutto per non esserlo.
Quando una persona
è diversa dagli altri perché ha idee, aspirazioni, progetti o modi di sentire
diversi, non deve farlo pesare, ma essere normale, proprio come Lucia. Eppoi, se
Paola è così adesso, chissà come sarà da grande! Chissà come resterà male,
da grande, quando si renderà conto che non è mai stata bambina! Bisognerebbe
dirlo anche ai suoi genitori di non farla diventare troppo grande troppo in
fretta. Dopo tutto è solo in terza elementare!
Così ho deciso di
dirlo alla maestra. Le ho telefonato a casa ieri pomeriggio e mi è stata a
sentire: è bello quando i grandi ti stanno a sentire! Mi ha detto:
"Bravo" quando ho tenuto a precisare che era per il bene di Paola che
parlavo così ed era vero, anche se, in fondo, m'importa di più che non rompa
troppo minando la serenità e l'amicizia che c'è nella nostra classe. Vedremo
se migliorerà la situazione.
Paola forse non
saprà mai che tutti noi ci preoccupiamo di lei e per lei, perché tutte le
volte che glielo diciamo finge di non sentire.
LA MIA FAMIGLIA
La mia famiglia
non ce l'ho. Vivo con la nonna perché non ho papà e mamma: sono morti quando
io ero piccolo in un incidente dove è morto anche mio fratello. Il mio fratello
si chiamava Carlo e la mia mamma Gloria e il mio papà Filippo. La nonna dice
sempre che sono tutti in cielo e mi guardano e io devo essere bravo perché loro
mi guardano. Dice anche che non devo essere triste perché è come se loro sono
con me, specie se dico le preghiere. La nonna piange qualche volta se parla di
loro e io non voglio che piange e allora rido, ma soao triste perché tutti
hanno una famiglia e io no e così adesso non ho più niente da scrivere.
IL TEMA DI GIORGIO
LA MIA FAMIGLIA
La mia famiglia è
composta da me, la mamma Rita il papà Giovanni. Papà lavora in fabbrica e la
mamma lavora mezza giornata in un ufficio piccolo. Ogni tanto ci vado, specie il
sabato mattina perché non sono a scuola e la mamma lavora anche di sabato
invece papà no. I miei genitori non sempre vanno d'accordo e allora urlano e io
scappo via e vado al giardino pubblico con il mio amico che abita sotto di me.
Io non voglio che loro urlano ma lo fanno lo stesso e se non sto zitto e non
scappo mi picchiano. Io penso che sia colpa mia se litigano e allora vado via
così non litigano più.
IL MIO TEMA
LA COSA CHE ODIO DI PIÙ
La cosa che odio
di più succede a scuola. Siccome io leggo molto bene ad alta voce, la maestra
mi fa leggere i temi più significativi scritti in classe, anche quelli dei miei
compagni. Non è difficile o antipatico, ma spesso devo leggere ad alta voce
frasi che si dovrebbero leggere con il cuore soltanto. Quando dovevamo svolgere
il tema sulla nostra famiglia, ad esempio, alcuni temi erano comuni:
raccontavano da chi è composta la famiglia, dove vive eccetera; altri erano
tristi. Io, leggendo quei temi, ho capito che non tutto il mondo è uguale e non
solo quello lontano da noi è diverso dal nostro, ma anche quello del nostro
vicino è diverso dal nostro. Io vivo in una famiglia abbastanza felice, ma mi
fa male p ensare che alcuni miei compagni soffrano perché non hanno avuto la
mia stessa fortuna. La maestra mi ha fatto leggere apposta quei temi così
diversi dal normale, perché il problema di alcuni diventasse il problema di
tutti e tutti noi fossimo più attenti al nostro prossimo. Ci ha spiegato che
aveva scelto la mia voce per dare voce a chi non ne aveva, perché la forza e la
fortuna di uno possa diventare la forza e la fortuna di tutti.
"La
scuola" ci ha detto la maestra "è come una seconda famiglia, per voi
che vi trascorrete tante ore, e dovete imparare a vederla in questo modo".
La maestra ha
ragione anche perché lei è una buona maestra e brava e non lo scrivo solo
perché poi leggerà il tema. E' una grande sulla quale puoi fare affidamento.
Allora quello che
odio di più è leggere solo quelle cose tristi che scrivono i miei compagni e
non potere fare niente per mettere a posto le cose, solo essere di più loro
amico perché non si sentano soli.
"Dovete
imparare a volervi bene, perché gli altri sono una parte di voi" dice la
maestra.
Esiccome io odio
anche non fare niente, ho pensato di invitare a pranzo Stefano e Giorgio,
sabato. I miei genitori sono d'accordo. Mio papà mi ha chiesto perché (forse
mi ha visto con una faccia strana), e io gli ho detto che i genitori di Giorgio
non sono felici. Papà ha detto che posso invitare anche loro nel pomeriggio
così giocano a carte assieme e anche la nonna di Stefano può venire a casa
nostra. Forse se vedono una famiglia felice viene voglia anche a loro di
esserlo, così Giorgio non scappa più e Stefano non è più triste: in fondo
posso prestargli i miei di genitori, non sono mica geloso!
Credo di essere
andato fuori tema, ma per concludere voglio dire che io odio l'idea che esista
la gente infelice.
LA FILODRAMMATICA
"Ragazzi,
oggi facciamo lezione di recitazione".
Ohhhhhh!
"Sì, vi
piace l'idea? Mi piacerebbe che voi imparaste a recitare un po' per sapere come
potere sdrammatizzare la vita di tutti i giorni. Provate a pensare a qualcosa
che vorreste recitare, qualcosa di vostro".
Annalisa: "Io
vorrei essere la Bella Addormentata nel bosco".
Enrico: "Che
scema!".
Giorgio: "Io
vorrei essere quello di Beautiful brutto".
"Ecco bravo,
bella idea. Vi sembra normale che nei film tutti siano belli, bravi, forti e che
ad essi non accada mai niente?".
Lucia: "I
film che finiscono male forse non li vuole nessuno".
Giulia: "Ma
non è che nella vita sia tutto come nei film! Anche quando succedono le brutte
cose non può essere. Nelle telenovelas che guarda la mia nonna ai protagonisti
succede sempre di tutto, sono sfortunati, poverini! E' come se vivessero solo
loro!".
"Voi come
vorreste che fosse la vostra commedia?".
Silenzio.
"Buffa".
"Reale".
"Bella".
"D'azione".
"E allora che
tema vorreste trattare?".
"Di
noi".
"Giusto, di
noi. In fondo non c'è niente di più buffo, bello, d'azione che raccontarci
come siamo" mi sono sentito in dovere di concludere per tutti.
Ecosì abbiamo
cominciato a mettere in piedi la nostra commedia, discutendo sui ruoli e sulle
battute. La maestra, però, non ce l'aveva detto che aveva in mente un'idea. Se
noi le davamo spunti e idee per le discussioni e le riflessioni in classe, lei
in fondo ne dava tanti anche a noi, ed erano interessanti forse più dei nostri.
Aveva pensato che la nostra commedia dovesse essere speciale.
"Direi"
disse un giorno durante la mezz'ora dedicata alla drammaturgia "che
potremmo vedere di recitare in una maniera nuova, senza prove, né copioni. Non
vi andrebbe l'idea di recitare sempre? Enrico potrebbe recitare la parte di
quello che ama molto andare a scuola e Andrea la parte di quello che non riesce
bene a svolgere i compiti. Enrico dovrebbe dire ad Andrea quello che Andrea
dovrebbe dire ad Enrico e magari voi potreste essere gli insegnanti ed io
l'allieva, voi correggere i compiti ed io fingere di farli mentre vi spiego.
Sembra complicato e invece non lo è affatto. Che ne dite?".
"Potrebbe
essere un'idea" disse Enrico non troppo convinto. Annalisa, come al solito,
era entusiasta all'idea di avere da realizzare un progetto nuovo, di potere
decidere cosa fare durante le ore di lezione. Così cominciammo.
La prima idea che
venne agli insegnanti, fu di portare l'allieva a visitare un museo. Alla
proposta la maestra Franca si mise a ridere: non sarebbe mai riuscita a
convincere la sua scolaresca scalcinata ad andare a visitare un museo. Sarebbe
stata bloccata da una serie ininterrotta di sbadigli, musi lunghi, sguardi
apatici o odiosi, in una sequela di pensieri inespressi della serie:
"Questa è matta!", "Uffa, che barba" eccetera.
Invece andammo a
visitare il museo. Sbalordendo i guardasala che guardavano con le bocche
atteggiate a perfetta O un gruppo di scolari, ordinati, precedere la maestra che
per l'occasione si era pettinata con i codini e si era messa un evidentissimo
fiocco rosa al collo. Ogni scolaro era armato di guida e fogli e camminava
spiegando, a turno, alla bambina-maestra, l'architettura delle volte,
l'importanza dei quadri, la storia (interessante quanto noiosa) dei personaggi
dei quali era rimasta traccia eterna nei dipinti e nelle statue. Era uno spasso.
Ognuno di noi av eva passato l'intero pomeriggio precedente a documentarsi,
leggendo, prendendo appunti, tutto perché non richiesto. Poi ci fu il compito
in classe e, per la prima volta, ci fu un collettivo successo. Meritammo tutti
un ottimo voto per l'esposizione dei concetti: perfino Enrico si era divertito.
La filodrammatica
funzionava davvero bene.
La seconda tappa
fu una pasticceria, poi un laboratorio di falegnameria artigiano, poi il Museo
di Scienze Naturali, poi ... non lo ricordo più, però la scuola si stava
tramutando in un'avventura bellissima nella quale imparavamo un sacco di cose e
diventavamo sempre più amici.
Ela cosa più
bella è che quando tornavamo a casa erano così interessanti i racconti delle
nostre strane lezioni che tutti, mamme, papà, fratelli, sorelle, zie, zii,
nonne, nonni, cani, gatti, criceti, canarini, ci stavano ad ascoltare.
All'inizio un po'
scettici perché l'idea che una classe fosse composta da venti maestri ed una
scolara era effettivamente un po' strana, poi sempre più convinti che nessuno
di noi raccontava una bugia per giustificare la mancata assegnazione di compiti.
Eanche i compiti
diventavano sempre più uno spasso ogni giorno che passava: dovevamo ricercare
tutto ciò che non sapevamo, ci esercitavamo volontariamente sugli argomenti nei
quali eravamo carenti, lavoravamo in gruppo per decidere dove saremmo andati in
visita ancora, quello che volevamo sapere di tutta la vita che ci circondava
senza che ce ne accorgessimo.
L'idea di Franca
era stata grande. Un vero successo.
E il giorno in cui
le chiesero spiegazioni per questa strana cosa, lei, angelica, rispose: "E'
solo una commedia dei bambini, non fateci caso!".
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