| LE CONSIDERAZIONI DEL REALE NEL FANCIULLO CONTEMPORANEO
di Alessia Biasiolo
Partendo dallo
studio dei lavori dello psicologo svizzero Jean Piaget relativi al metodo di
elaborazione dell’universo e a come crede siano formati gli astri un bambino,
ho voluto verificare se le conclusioni piagetiane sono valide ancor oggi, quando
cioè il bambino, esposto ad innumerevoli stimolazioni e sollecitato da continue
informazioni, può avere un’idea più vicina alla realtà, rispetto al bambino
ginevrino intervistato da Piaget, dell’origine del mondo e di ciò che
vediamo. Seguendo i consigli di Piaget relativi a come intervistare un bambino,
presenti nel suo lavoro: "Le considerazioni del reale nel fanciullo",
ho proceduto ad intervistare alcuni bambini di cinque-sei anni frequentanti l’ultimo
anno di scuola materna e ho annotato le loro risposte così come venivano date.
Poi ho parlato con bambini più grandi, di sette-otto anni, frequentanti le
prime classi elementari, per verificare se andando in una scuola con un
programma specifico e crescendo d’età, il bambino cambia la sua idea sulla
nascita degli astri e la rende più ‘scientifica’.
Nelle risposte
fornite non mancano considerazioni teologiche e morali visto che i bambini hanno
spesso fornito un’origine ed una spiegazione scientifico-divina dell’universo,
evidentemente di derivazione culturale.
L’ELABORAZIONE DELL’UNIVERSO
Jean Piaget in
"La costruzione del reale nel bambino" e ne "Il
giudizio morale nel fanciullo", oltre che in "Le considerazioni
del reale nel fanciullo", sostiene che l’elaborazione dell’universo
da parte dell’intelligenza senso-motoria consiste nel passaggio da uno stato
in cui le cose sono centrate intorno ad un Io che crede di dirigere tutto
ignorando se stesso in quanto soggetto, ad uno stato in cui, invece, l’Io si
colloca, almeno praticamente, in un mondo stabile e concepito come indipendente
dall’attività propria. Quest’evoluzione è spiegabile attraverso lo
sviluppo dell’intelligenza stessa. Infatti, l’intelligenza procede da uno
stato in cui l’accomodamento all’ambiente è indifferenziato dall’assimilazione
delle cose agli schemi del soggetto, ad uno stato in cui l’accomodamento dei
molteplici schemi si è venuto distinguendo dalla loro rispettiva e reciproca
assimilazione. All’inizio, l’assimilazione consiste essenzialmente nell’utilizzazione
dell’ambiente esterno da parte del soggetto per alimentare i suoi schemi,
ereditari o acquisiti. All’inizio, cioè, l’universo è dato da quadri
percettivi mobili e plastici, centrati sull’attività propria: non ci sono
oggetti permanenti. Quando però gli schemi si moltiplicano e si differenziano,
il reale si dissocia a poco a poco dall’assimilazione e assistiamo ad una
graduale distinzione dell’ambiente esterno e del soggetto.
L’universo
diventa una serie di oggetti permanenti collegati da relazioni causali
indipendenti dal soggetto e situati in uno spazio e in un tempo obiettivi.
Tale universo,
invece di dipendere dall’attività propria, si impone al contrario all’Io in
quanto comprende l’organismo come parte in un tutto. L’Io prende così
coscienza di se stesso, almeno nel suo agire pratico, e si scopre come causa tra
le altre cause e come oggetto sottoposto alle stesse leggi degli altri. Passiamo
dall’egocentrismo integrale e inconscio ad un’obiettivizzazione crescenti.
Durante i primi
due anni dell’infanzia perveniamo ad uno stato di equilibrio vicino a quello
del pensiero razionale. Partendo dall’esercizio dei riflessi e delle prime
associazioni acquisite, il bambino costruisce, nello spazio di alcuni mesi, un
sistema di schemi capaci di infinite combinazioni che annuncia quello dei
concetti e delle relazioni logiche. Nell’ultimo stadio del loro sviluppo,
questi schemi divengono persino adatti per certi raggruppamenti spontanei ed
interni che equivalgono alla deduzione e all’elaborazione mentali.
Il bambino
incontra ovviamente una serie di problemi pratici nel suo continuo adattamento
all’ambiente, tutti del resto destinati ad essere superati grazie all’intelligenza
senso-motoria dei primi due anni. E’ il passaggio dal piano puramente pratico
a quello del linguaggio e del pensiero concettualizzato e socializzato che
comporta os tacoli che complicano particolarmente i progressi dell’intelligenza.
Primo, l’intelligenza
senso-motoria cerca soltanto l’accomodamento pratico, cioè mira solamente
alla riuscita o all’utilizzazione, mentre il pensiero concettuale tende alla
conoscenza come tale e si sottomette così a norme di verità, vuole conoscere
ed enunciare verità. Secondo, l’intelligenza senso-motoria è un adattamento
dell’individuo alle cose o al corpo altrui, ma senza socializzazione dell’intelligenza
come tale, mentre il pensiero concettuale è un pensiero collettivo, che
obbedisce a regole comuni. Infatti, anche quando il lattante imita un atto
intelligente eseguito da un’altra persona, non si può ancora parlare di uno
scambio di pensieri che giunga a modificare la struttura di tali pensieri.
Invece, a partire dal linguaggio, la socializzazione del pensiero si manifesta
attraverso l’elaborazione dei concetti, delle relazioni e con la costituzione
di regole, il che significa che c’è evoluzione strutturale. L’intelligenza
giunge ai giudizi di constatazione in funzione della cooperazione con gli altri,
poiché la constatazione implica una presentazione o uno scambio e non ha in sé
significato per l’attività individuale.
Esiste
interdipendenza tra la ricerca del vero e della socializzazione. Quando al piano
senso-motorio si sovrappongono il linguaggio e il pensiero intellettuale, l’adattamento
dell’intelligenza a queste nuove realtà trascina con sé il riapparire di
tutte le difficoltà già superate nell’ambito dell’azione. Per questo,
malgrado il livello raggiunto nel quinto e sesto stadio del suo sviluppo
senso-motorio, essa non si presenta subito come razionale quando comincia ad
organizzarsi sul piano verbale-concettuale. Il bambino non giunge subito a
riflettere, con parole e con concetti, sulle operazioni che è già capace di
eseguire con atti e non può riflettere su di esse perché, per adattarsi al
piano collettivo e concettuale su cui da ora innanzi si muove il suo pensiero,
è obbligato a rifare il lavoro di coordinamento tra l’assimilazione e l’accomodamento
già compiuto nel suo precedente adattamento senso-motorio all’universo fisico
e pratico. Il soggetto, sul piano dell’adattamento senso-motorio all’universo,
pur subendo sin dall’inizio le costrizioni dell’ambiente, comincia col
considerare le cose come dipendenti dalle sue azioni e giunge solo poco a poco a
collocarsi in un insieme coerente e indipendente da lui; il bambino resta a
lungo chiuso nel proprio punto di vista prima di collocarlo in mezzo agli altri.
L’Io e il gruppo inizialmente sono dissociati in una mescolanza di
egocentrismo e di sottomissione alle costrizioni ambientali, per differenziarsi
in seguito e dar luogo ad una cooperazione di personalità diventate autonome.
Il pensiero, al
suo apparire, è solo assimilazione del reale all’Io, con accomodamento al
pensiero altrui, ma senza sintesi tra queste due tendenze e soltanto più tardi
conquisterà l’unità razionale che concilia la propria prospettiva con la
reciprocità: il pensiero egocentrico, infatti, tende alla soddisfazione e non
all’obiettività. E questo lo ritroviamo in varie risposte dei bambini che
dicono ciò che gli piace sentire o credere e non ciò che è tangibile.
Durante i primi
stadi del pensiero individuale, del resto, si assiste ad una stupefacente
docilità del bambino alle suggestioni e alle affermazioni altrui.
Col progredire
dell’intelligenza che elabora oggetti e spazio tessendo un fitto reticolato di
relazioni, il bambino attribuisce alle cose e alle persone un’attività
autonoma e concepisce l’esistenza di relazioni causali indipendenti da lui,
mentre il suo corpo diviene una fonte, tra le altre, di effetti integrati in
questo sistema d’insieme.
Appena però il
bambino è in grado di pensare e di prevedere lo svolgersi dei fenomeni e ad
agire su di loro, ecco riapparire sul piano del pensiero l’egocentrismo che
sembrava abolito. Sul piano pratico rimangono acquisite l’obiettivizzazione e
la spazializzazione della causalità. Questo non gli impedisce di rappresentarsi
l’universo come una grande macchina organizzata non si sa bene da chi, con l’aiuto
delle persone grandi e in vista del benessere degli uomini e in particolare dei
bambini. Per i bambini, gli adulti esistono per occuparsi di loro, gli animali
per servirci, gli astri per riscaldarci e illuminarci, le piante per nutrirci,
la pioggia per far crescere i giardini, ecc.
A questo
artificialismo più o meno esplicito e coerente corrisponde, inoltre, un latente
animismo che attribuisce ad ogni cosa la volontà di rappresentare la propria
parte, la forza e la coscienza necessarie proprio per agire secondo le regole.
Così l’egocentrismo
causale, che sul piano senso-motorio scompare a poco a poco sotto l’influsso
della spazializzazione e dell’obiettivizzazione, ricompare all’epoca degli
inizi del pensiero sotto una forma quasi altrettanto radicale. Il bambino non
attribuisce più a se stesso la causalità propria degli altri o delle cose, ma
incentra tutte queste attività intorno all’uomo e a se stesso.
Bisogna ora vedere
come egli rappresenta il meccanismo delle relazioni causali. Infatti, il bambino
rinuncia a considerare le sue azioni come la causa di ogni avvenimento, ma non
giunge ancora a spiegare l’azione dei corpi se non che per mezzo di schemi
ricavati dalla sua attività. Il vento che spinge o la luna che avanza gli
appaiono dotati d’intenzionalità e di finalità perché non riesce a
rappresentarsi un’azione senza uno scopo cosciente. La causalità può restare
egocentrica dal punto di vista rappresentativo, nella misura in cui le prime
concezioni causali sono ricavate dalla coscienza del tutto soggettiva dell’attività
dell’Io. Comincia a farsi strada nel bambino l’idea di durata e di
velocità; egli costruisce a livello di pensiero e non più solo d’azione,
delle serie obiettive che collegano la durata interiore al tempo fisico e alla
storia dello stesso universo esterno.
I
PROBLEMI E I METODI
Due sono i
problemi che ci si pone nello studio del bambino.
Possiede il
bambino, come noi, la credenza in un mondo reale e la distingue dalle diverse
finzioni del suo gioco e della sua immaginazione? Come dà spiegazioni il
bambino?
La forma e il
meccanismo del pensiero infantile si rivelano ogni volta che il fanciullo entra
in contatto con i suoi simili e con l’adulto; il contenuto, invece, si
manifesta o non si manifesta a seconda dei fanciulli e a seconda degli oggetti
della rappresentazione. Per dare un giudizio sulla logica dei fanciulli spesso
basta parlare con loro o anche solo osservarli quando sono insieme. Ma per dare
un giudizio sulle loro credenze occorre un metodo particolare per intervistarli.
Il primo metodo
che si è tentato di adoperare è quello dei test che consiste nel sottoporre il
fanciullo a prove che soddisfino due condizioni: da una parte le domande restano
identiche per tutti i soggetti e vengono poste sempre nelle stesse condizioni
per garantire l’uniformità del campione; dall’altra le risposte dei
soggetti sono riportate su una tabella o su una scala che permette di
paragonarle qualitativamente o quantitativamente.
Questo metodo ha
due inconvenienti: non permette un’analisi sufficiente dei risultati ottenuti
e falsa l’orientamento mentale del fanciullo che si interroga, o per lo meno
rischia di falsarlo. Il solo mezzo per evitare queste difficoltà è di variare
le domande e alternare i suggerimenti, cioè rinunciare ad un questionario
fisso. L’abilità del clinico consiste non nel far rispondere il soggetto, ma
nel farlo parlare liberamente e scoprirne le tendenze spontanee. L’ideale è
partire da qualche domanda spontanea fatta da fanciulli della medesima età o
più giovani e applicare la stessa formulazione alle domande da porre ai
fanciulli scelti come soggetti.
Tuttavia, la
necessità dell’osservazione diretta pone anche ostacoli che ne limitano l’uso.
Il metodo d’osservazione pura è faticoso e pare non possa garantire la
qualità dei risultati se non a danno della quantità. E’ impossibile,
infatti, osservare molti bambini nelle stesse condizioni.
Tra gli
inconvenienti principali, l’egocentrismo intellettuale del fanciullo: può
trovarsi in compagnia dei suoi coetanei e intento ai giochi e perciò non
interessato alle domande. Oppure in compagnia di adulti tace le risposte perché
crede che tutti le conoscano, oppure per pudore o paura di sbagliare. Anche ciò
che potrebbe esternarsi in parole resta di solito implicito, semplicemente
perché il pensiero del fanciullo non è socializzato come quello adulto.
Inoltre, nell’osservazione pura è difficile distinguere nel fanciullo il
gioco dalla credenza, dalla fabulazione.
Il metodo migliore
è allora l’esame clinico che gli psichiatri usano come metodo di diagnosi. Il
clinico può parlare col malato seguendone le risposte in modo da non perdere
nessuna idea delirante. Può portare il malato a parlare di cose critiche,
formulando nel contempo ipotesi, variando le condizioni e controllando ogni
ipotesi in base alle reazioni provocate dalla conversazione. Il metodo clinico
si impara solo a ttraverso una lunga pratica: lo sperimentatore deve riunire in
sé due qualità spesso incompatibili; saper osservare, cioè lasciar parlare il
fanciullo, senza perdere nulla e nello stesso tempo saper cercare qualcosa di
preciso, avere in ogni momento qualche ipotesi di lavoro, qualche teoria da
controllare. Lo psicologo deve ovviare alle incertezze del metodo degli
interrogatori affinando la propria sensibilità interpretativa. Ci sono cinque
metodi di reazioni osservabili all’esame clinico:
1- quando la
domanda posta annoia il fanciullo egli risponde a caso senza cercare di
divertirsi;
2- quando il
bambino risponde alla domanda inventando una storia a cui non crede, parliamo di
fabulazione;
3- quando il
bambino cerca di accontentare l'esaminatore senza riflettere parliamo di
credenza suggerita;
4- quando il
bambino risponde con riflessione traendo la risposta dal proprio intimo, senza
suggerimento esterno, ma la domanda è nuova per lui, parliamo di credenza
provocata. Essa non è né spontanea né suggerita: è il prodotto di un
ragionamento fatto su richiesta altrui, ma con materiali e strumenti logici
originali.
5- quando il
bambino non ha bisogno di ragionare per rispondere a una domanda, ma può dare
una risposta pronta perché già formulata, parliamo di credenza spontanea.
Problematico è
stabilire il limite tra credenze spontanee e credenze suscitate.
Non bisogna
credere che la suggestione sia facile da evitare, soprattutto quando,
continuando la conversazione, essa spinge il bambino a perseverare sulla via che
ha adottato.
La credenza
suggerita non ha alcun interesse per lo psicologo, infatti mentre la credenza
provocata rivela abitudini mentali anteriori all’interrogatorio, la credenza
suggerita non rivela che la suggestionabilità del fanciullo, la quale non ha
nulla a che vedere con la rappresentazione del mondo. Inoltre, è desiderabile
poter evitare la fabulazione con la quale i bambini inventano una soluzione al
problema posto loro semplicemente perché gli piace.
Il significato
esatto della fabulazione è difficile da precisare. Si può paragonare la
fabulazione alla mistificazione adulta, oppure alla mitomania degli isterici o
contenere residui di credenze anteriori o, più raramente, prodromi di credenze
future.
Il bambino
raramente sa tacere e preferisce inventare una risposta piuttosto che star
zitto. Il bambino fabula quando si diverte.
La credenza
suggerita è essenzialmente momentanea quindi bisogna continuare l’interrogatorio
in profondità per vedere se ha o meno radici profonde. Bisogna inoltre
verificare se la risposta che si sospetta fabula è presente o meno in più
bimbi.
L’ORIGINE
DEGLI ASTRI: LA
RICERCA
Le domande in
materia rivolte ai bambini dimostrano che il loro interesse è stimolato dai
problemi relativi agli astri. Essi tendono a considerare gli astri fabbricati e
a trovare una ragione per questo.
Distinguiamo a
questo proposito vari stadi di progressione del pensiero infantile relativo alla
formazione degli astri.
1° stadio
Gli astri sono
fabbricati da Dio o da degli uomini. Il fanciullo comincia con l’accordare gli
attributi caratteristici della divinità ai genitori, poi agli uomini in genere
e infine, man mano che scopre i limiti della perfezione umana, a Dio di cui l’insegnamento
religioso gli ha dato la nozione trasferendo a lui gli attributi che finisce per
negare agli uomini.
2° e 3° stadio
I bambini arrivano
a pensare che gli astri abbiano un’origine naturale e che risentano un po’
della cultura adulta.
I bambini da me
intervistati erano intorno ai sei anni (l’età esatta verrà riportata tra pa
rentesi accanto al nome) e sono stati interrogati circa l’origine degli astri,
del vento o dell’acqua.
Come ho accennato
sopra, l’idea era di confrontare le risposte date dai bambini
"piagetiani" con quelle dei bambini di oggi, per verificare se esiste
un’evoluzione nelle risposte.
Ho intervistato
sia maschi che femmine e ho notato che le risposte non sono diverse tra sessi,
anche se nel maschio le risposte sembrano essere più tecniche mentre nella
femmina c’è un atteggiamento, spontaneo, di recitazione, come se la risposta
fosse un racconto teatrale. Inoltre, ho voluto confrontare le risposte date a
quest’età (indicativamente rientranti nel primo stadio di Piaget) con quelle
date da bambini di sette anni e mezzo o otto anni (rientranti già nel
secondo-terzo stadio piagetiano) per verificare se la scolarizzazione porta ad
un’idea diversa sull’ origine degli astri. Riporterò solo alcune risposte,
le più significative, date a quell’età perché differiscono di poco le une
dalle altre.
Il bambino
scolarizzato parla con maggiore cognizione di causa, sa cosa sono le nuvole o
perché piove, spiega con tono pacato e normale, non con enfasi come il bambino
più piccolo, dimostrando di avere bene interiorizzato le lezioni adulte, quelle
dell’insegnante in modo particolare. Nel bambino di otto anni c’è già
minore posto lasciato alla fantasia. Se gli si pongono domande nuove, alle cui
risposte non ha ancora pensato, tace un attimo e pensa, cercando poi di dare una
risposta plausibile, non fabulata, ma presumibilmente catalogabile come credenza
provocata. Inoltre, c’è il ricorso frequente a una causalità divina sia
nelle risposte date dal bimbo di sei anni, sia in quelle date a otto.
I bambini di
cinque-sei anni di cui riferirò, frequentano un asilo comunale cittadino di
indirizzo montessoriano. Alcuni di questi bambini seguono le lezioni di
religione, altri no, ma entrambi quando gli si chiede l’origine degli astri
dicono che sono stati creati da Dio. La differenza tra i bimbi dei due gruppi
sostanzialmente è che il bambino che possiede un’educazione religiosa
specifica riesce a spiegare (e forse a spiegarsi) meglio il perché c’è stata
la creazione: parla con maggiore fluidità anche se a quest’età sembra
ripetere solo discorsi già sentiti; dice che il mondo l’ha creato Dio, ma
senza troppa convinzione, quasi la storia divina fosse una favola raccontata dai
grandi e appunto perché una favola, da ripetere quasi a memoria senza averne
percepito nella sua interezza il senso (problema del resto che i bambini non
paiono porsi). I bambini citano Dio perché sanno di dire una cosa giusta e
accettabile, ma temono che gli si chieda qualcosa di più perché non sanno cos’altro
aggiungere. Talvolta risolvere la risposta con la parola ‘Dio’ è comodo
perché pare che essa non ammetta altre repliche, che sia una risposta ricevuta
dagli adulti per togliersi dall’imbarazzo di domande assillanti dei piccoli.
Quando gli si chiede di descrivere Dio, gli si illuminano gli occhi: pensano un
attimo e poi dicono ciò che sembra a loro, senza curarsi di rispondere
giusto o sbagliato. Finalmente diventano spontanei sull’argomento e dimostrano
di avere pensato talvolta a dare un volto e una figura a quest’essere
invisibile. Sembrano pensare a Dio come ad un eroe buono e capace, in grado di
fare ciò che nessuno, compresi i grandi, sa fare. Questo atteggiamento l’ho
poi confrontato con quello dei bambini di seconda elementare frequentanti una
scuola privata cattolica, in cui due ore settimanali sono dedicate allo studio
religioso. Appunto per verificare se questo atteggiamento di fabulazione sull’esistenza
di Dio permane ancora, anche in forma latente, anche dopo un’educazione
sistematica sull’argomento. Effettivamente il bambino di otto anni è più
preparato: risponde con sicurezza che il mondo l’ha creato Dio, che Dio vive
in cielo e non si può vedere, ma dà la netta impressione di parlare di un
essere tipo Babbo Natale. Si sa chi è, ma è bello credere che sia una favola.
Il bambino comincia ad avere un’idea sempre più chiara di Dio, ma gli piace
soprattutto di Lui l’idea che sappia fare tutto ciò che nessuno può, proprio
come l’eroe delle favole o, meglio, l’eroe buono di film e cartoni animati.
E’ un Dio in pratica ancora molto terreno e poco divino.
LE
RISPOSTE
LUIGI (6;0)
- Cos’è la
luna?
- Luna? E’ una
cosa perché se c’è il sole al posto della luna non c’è il buio e se c’è
il sole l’uomo non poteva addormentarsi.
Per Luigi la luna
esiste perché serve all’uomo: serve a portare la notte e a creare il buio per
fare dormire.
GIULIO (5;4)
- Cos’è la
luna?
- Una cosa che fa
il buio.
- Ci può essere
il buio senza luna?
- C’è il sole.
- Perché la luna
si chiama luna?
- Perché fa buio.
- Si poteva
chiamare la luna con un altro nome?
- No.
FRANCESCA (5;11)
- Cos’è il
sole?
Ride.
- Sembra una
palla.
- E cosa fa?
- Fa luce.
- Se non si fosse
chiamato sole come si sarebbe chiamato?
- No, non si può.
- Perché?
- Perché è fatto
di palla, è bollente.
- Ma se l’avessero
chiamato CASA come sarebbe stato?
- Non sarebbe
stato rotondo.
GIULIO (5;4)
- Cos’è il
sole?
- E’ una cosa
rotonda con i raggi.
- Com’è
cominciato il sole?
- Dal cielo, da
Dio.
- Perché si
chiama sole?
- Perché illumina
tutto.
- E se non
illuminasse ...?
- Luna.
Confrontiamo
queste risposte con quelle date dai bimbi intervistati da Piaget.
JACOT (6;6)
- Com’è
incominciato (il sole)?
- Col calore.
- Che calore?
- Del fuoco.
- Dov’era il
fuoco?
- In cielo.
E ora confrontiamo
queste risposte con quelle di Michela frequentante la seconda elementare.
MICHELA (7;9)
- Cos’è il
sole?
- E’ una palla
di fuoco.
- Com’è
cominciato il sole?
- Dopo che Dio ha
costruito tutta la terra.
- E’ stato Dio a
fare il sole?
- Sì, ha creato
anche questo pianeta.
- E chi l’ha
chiamato ‘sole’?
- Dio.
- E Dio poteva
dargli un altro nome?
- No, altrimenti
... altri nomi non sono adatti.
- Perché?
- Perché non ci
stavano bene: sole è una cosa un po’ lucente: dà idea della luce. Se lo
chiamavano pianta non dava l’idea.
- E il sole poteva
essere freddo?
- No, non poteva
riscaldare la terra.
- A cosa serve il
sole?
- Serve a vedere e
per farci un po’ di caldo.
- Ma se non ci
fossero stati gli uomini, il sole ci sarebbe stato lo stesso?
- No, ... sì,
altrimenti non potevano crescere le piante.
Si notano
immediatamente le differenze tra i bambini italiani. Ciò che risulta
interessante, però, è che se c’è un certo parallelismo tra le risposte dei
bambini svizzeri di Piaget e quelli italiani intervistati oggi, le età sono
molto diverse. Passano al 2°-3° stadio di Piaget i bimbi svizzeri di
nove-undici anni, mentre oggi l’età è molto abbassata, dai sei agli otto
anni.
Per non parlare
degli stili di vita diversi che portano Luigi a dare queste risposte:
- Com’è
cominciato il sole?
- Non lo so.
- E’ sempre
stato in quel posto?
- No, va anche
dagli altri Paesi.
- Come ci va?
- Fa un viaggio
con una macchina! (Ha il tono di chi dice una cosa ovvia ad un adulto che non sa
niente. C’è un certo grado di animismo, in queste risposte: il sole è come
un umano e come tale sembra comportarsi).
- Tu l’hai
vista?
- Sì.
- Dov’è la
macchina del sole?
- Nel cielo.
- Come fa ad
andare?
- Col motore.
- Il sole ci sale
sopra?
- Sì.
- Come fa?
- Apre la portiera
e va.
- Quando tu guardi
in cielo la vedi la macchina?
- Sì, un sacco di
volte.
- Com’è fatto
il sole?
- Rotondo.
- Di che cosa è
fatto?
- Booh ... di
fuoco!
- Brucia?
- Sì.
- Anche noi?
- No.
- Perché?
- Perché non lo
tocchiamo.
- Si muove il
sole?
- Sì.
- Come fa?
- Con la macchina.
- Se tu cammini,
lui ti segue?
- Sì.
- Segue solo te o
anche gli altri?
- Anche gli altri.
- Come fa a
seguirli tutti?
- Ci sono mille
soli.
- E perché non ne
vediamo mille in cielo?
- Perché seguono
gli altri.
Le risposte date
da Luigi, il tono con cui le dava, dimostrano che aveva già pensato qualcosa
circa i fenomeni da lui osservati. Si era già chiesto perché c’era il sole e
poi la luna o perché il sole lo seguiva quando lui si muoveva. I bambini di
Piaget non avrebbero forse mai pensato al sole in automobile.
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