Una nonna per cento e due nipoti
Ci sono mille modi
per essere mamma, ma uno solo, ve lo assicuro è il modo di essere nonna.
Le nonne hanno
tutte lo stesso sorriso serafico, quando gli occhi non hanno nuvole mentre le
rughe si solleticano l'un l'altra per dimenticarsi la severità del tempo.
Non hanno tempo:
con un bimbo in braccio sono bambine che cullano la bambola, vecchiette che
cullano la bambola, sembrano giocare in eterno.
Sono solo dolci,
dalle labbra lievi quando baciano; le mani lievi quando accarezzano; le parole
lievi quando rimproverano.
Secondo me, le
nonne non rimproverano mai.
Mia nonna aveva i
capelli bianchi, proprio come le nonne vere. Li raccoglieva in un'invisibile
crocchia e quelli che le cadevano li raccoglieva in un quasi invisibile rotolino
che incartava nel foglietto di calendario che ogni mattina staccava dal
blocchetto appeso in cucina. Mia nonna, Santina si chiamava, sapeva sempre così
il giorno e il santo e mai e poi mai si sarebbe dimenticata gli auguri ad un
parente, amico o conoscente per l'onomastico.
La odiavo.
Sì, veramente. La
odiavo perché sapevo che non dovevo farlo. E perché non mi lasciava la
libertà di essere quello che volevo. Mi sgridava. E io la odiavo. Perché i
suoi rimproveri erano tutto ciò che di amorevole si poteva pensare. Perché per
quanto mi rincorressero, non riuscivano a colmare l'abisso della nostra
differenza d'anni che ci faceva essere un po' amiche, un po' sorelle.
Mi sgridava
perché andavo a giocare con i bambini (maschi) e mi regalava una pezza di
tessuto rosa a fiori e disegni per il mio vestito di compleanno. Il quinto?
Diceva che se avessi tagliato i miei lunghissimi capelli non sarei più stata
sua nipote. E intanto metteva la polenta bianca sul tagliere vuotandola dal
paiolo di rame con un colpo secco del polso e me ne tagliava una fetta usando un
filo. Mi affascinava quel filo perché uno simile lo usava la mamma per cucire
ed io non conoscevo ancora appieno la versatilità delle cose.
Santina aveva il
sorriso da nonna e mi dava la man cia da nonna (per le caramelle). Era vecchia,
eppure sembrava una ragazzina e aveva tanta voglia di parlare anche quando la
voce le era andata via, chiusa in una mano da nonna che era proprio quella di
una piccola santa. Come il suo nome.
Quando hai
conosciuto una nonna così, non te la dimentichi mai e piano piano sai che
prenderai il suo sorriso. Perché le nonne sì, che sanno insegnare a sorridere!
L'altra mia nonna
si chiamava "la signora Campagnoli" ed era una vicina di casa. Di lei
mi ricordo solo un'ombra perché del viso so solo che non ci vedeva da un
occhio. Era tanto buona. Questo solo, in fondo, mi ricordo di lei, con il suo
giardino pieno di alberi da frutta e le albicocche fresche che a me piacevano
tanto.
Un po' nonna era
anche "la signora Icardi" quella del piano di sotto. Che mi voleva
bene a modo suo. Dico così perché odiavo anche lei e se la vedevo in terrazzo
le facevo le linguacce e con me anche le mie amiche. Perciò, se la odiavo, mi
doveva voler bene, come la mia nonna vera. E mi regalava sempre qualcosa. E mi
lasciava toccare il suo cagnolino che le aveva fatto foderare tutta la casa di
nylon perché non rovinasse nulla. Così lei e il marito vivevano immersi negli
oggetti incartati ed era buffo e tragico allo stesso tempo.
E' così che sono
le nonne. Tutte diverse e tutte uguali, come i detti e i proverbi, le parole
sagge ed i rimbrotti, la pasta fatta in casa e mangiata cruda perché come la
faceva la nonna Santina non la faceva nessuno.
E se non hanno i
capelli bianchi non importa. E se sono giovani o gobbe, belle o brutte, arzille
o stanche, vivaci o malate, in automobile o paralizzate non importa. Ci sono.
Portano i dolci
quando non li devi mangiare, portano l'acqua quando hai la febbre, si
dimenticano gli occhiali e il borsellino; non mettono l'acqua nella moka e
buttano il tè credendo di averlo bevuto eppure ...
Mia mamma è una
nonna perfetta.
Innanzi tutto non
ha neanche un nipote. E questa è la condizione principale.
Sì, perché anche
le mamme sono mamme anche se non hanno figli, ma per le nonne è ancora meglio!
Se le mamme per
essere mamme si devono preoccupare di esserlo, le nonne no.
Decidono di
esserlo e tac! Lo sono senza doversi preoccupare. Non serve. Non serve
preoccuparsi più.
L'hanno già fatto
per i figli o per la vita e adesso hanno diritto alla pensione. Tutte quante.
Tutte uguali. Senza distinzioni d'età e di capelli.
E così diventano
nonne.
Cominciano sempre
dalle caramelle. Mia mamma ne ha comperate credo a tonnellate nella sua vita. In
casa ne abbiamo sempre avuto i cestini pieni. E per questo ne mangiavano
pochissime, mia sorella ed io. Non per problemi di carie o di dieta.
Semplicemente le avevamo a disposizione e nessuno ci sgridava se le mangiavamo.
Così non le mangiavamo per niente. Poi è passato il tempo e nel tempo la mamma
ha sempre regalato le caramelle ai bambini che incontrava: i vicini di casa, i
bambini incontrati in treno, in autobus.
E man mano i
capelli sono diventati d'argento. Più regalava le caramelle e più c'erano fili
preziosi sulla sua testa.
Finché non sono
arrivati i miei due bimbi. Non sono figli miei, ma sono i miei bambini lo stesso
e, manco a dirsi, magia magia, sono i due nipoti della mia mamma. Per loro le
caramelle si moltiplicano: liquirizie, pescetti, spumigliotti, Mou (uguali a
quelle che comperava a me da piccola; uguali, uguali: stesso sapore, stessa
carta, stesso tutto, anche il modo in cui si attaccano ai denti), mentine,
ginevrine (colorate di zucchero). Poi le piccole uova di cioccolato con
sorpresa.
E più le dici
basta e più le compra. E se le dici: "Basta!" piagnucola
sull'esclamativo e rimane a mezzo con il suo sorriso da nonna e sai già che
tanto non t'ascolta e le caramelle continueranno la loro caduta trionfale nella
pancia, più o meno masticate da denti con o senza apparecchio.
E siccome la mia
mamma-nonna è una nonna speciale perché è senza nipoti, mia sorella ha
pensato bene di regalargliene ... a decine. Ogni anno insegna a venticinque
bambini. Sono anni che insegna. E' diventata quasi una v ice mamma e la mamma
vera, la nostra, di nipoti ne ha in fondo più di cento sparsi un po' ovunque e
le caramelle le compra a sacchetti e, magia delle nonne, non se le dimentica
mai.
E se pensate che
non sia vero e non sia possibile essere nonna di oltre cento nipoti ... (pensate
un po' che sono brave le figlie ad essere mamme anche se non lo sono).
La nonna è quella
donna che, chissà perché, ti entra nel cuore e non la sai scacciare (non ci
pensi nemmeno) e che quando ne incontri una sei felice. Perché scopri che le
favole esistono davvero e che, se un giorno vedi una donna che ti guarda e
sorride e ha il sorriso negli occhi e non sulle labbra, e ha l'anima nelle
pupille e non nascosta nel banco della chiesa dove riponi il messale, sai che
c'è una nonna anche per te.
E quella è la mia
mamma.
Ormai non ci
faccio più caso. Ma non mi sento che ripetere: "La tenga da conto, perché
ogni mamma vale per noi, ma una come la sua è un vero tesoro!".
Lo so, perché, in
fondo, il suo tesoro sono i nipoti.
Le scrivono
lettere cariche di firme e di affetto; le telefonano con una dolcezza di voce
così profonda e cara che è difficile da dimenticare; la pensano così tanto
tutti insieme che spesso le fischiano le orecchie.
Una nonna così è
quella che non conta mai le scale. E le sale e le scende troppe volte come se
solo quello potesse fare sfebbrare un bambino dall'interminabile voglia di
parlare invece che di dormire quand'è ora di farlo.
E' la nonna che
tiene compagnia la sera, seduta sulla sedia invece che sul letto per non
disturbare e si addormenta sul sonno del nipote come solo una nonna sa fare. Ed
il sonno è più dolce perché sai che c'è lì una grande alleata che ti
guarda, nel buio che tutto permette di guardare, nel silenzio che tutto permette
di ascoltare.
Le nonne non hanno
mai fine. Lavano ceste di roba, stirano pile di roba, cucinano montagne di roba
senz'essere mai stanche. Se le mamme misurano la fatica sullo sfinimento serale,
le nonne si accoccolano sul guanciale con un sorriso beato e si alzano al
mattino cariche d'ener gia da spendere durante il nuovo giorno che può sempre
suggerire qualcosa di nuovo. Un nuovo punto a maglia, un nuovo abitino, un nuovo
modo per essere nonne perché esse ... eh sì! ... se ne inventano sempre uno.
La mia mamma è
sempre uguale ed è per questo che è sempre una nonna diversa. Sorride sempre e
parla cordiale: è diversa da molta gente che se ne sta in disparte ingrugnita
contro il sé ed il mondo senza sapere per cosa. Ed i primi che se ne accorgono
sono i bimbi che le sorridono radiosi, a ritornarle un'energia positiva così
basilare per il nostro essere felici.
La mia mamma è
sempre bambina: si lascia incantare dalla realtà che la circonda e se ne lascia
rapire anche senza capire perché e verso dove. E' per questo, sono certa, che
non subisce i tormenti stressori tanto di moda ed è anche per questo che è
riuscita ad essere nonna: si lascia afferrare dalla vita e balla con lei sulla
musica del liscio che la entusiasmava tanto da ragazza. Quella ragazza che
correva chilometri e chilometri in bicicletta per trovare un dancing dove
ballare e ballare, trascinando la voglia di vivere in un interminabile giro di
trottola accompagnato dalle più aperte risate.
Le nonne ragazze
di una volta sapevano ridere. Come adesso (veramente, profondamente) non si ride
più.
E ridendo hanno
permesso al cuore di crescere e di accogliere l'amore, il tempo, il ricordo come
noi non sapremo mai fare. Noi ci fermiamo sulla triste riflessione del nostro
agire; loro sapevano agire liberamente spensieratamente come oggi troppe notizie
non ci permettono più. Quando ero bambina mi arrabbiavo nel sentire i grandi
spifferare che non dovevo ascoltare, non dovevo sapere. Oggi che so, preferirei
essere stata una bambina d'altri tempi, avvolta di toulle e fiocchi, ma senza il
telegiornale e l'aria schizzata di alcune giornaliste che costruiscono la loro
vita sul terrore del vivere quotidiano, come costruiscono la loro figura. Non
sanno essere solo se stesse, ma una caricatura tinta e siliconata della notizia
che devono dare. E forti della convinzione dei esserne padrone, sono invece
vittime di quelle stesse notizie, arpie impietose che lacerano qualche cosa per
farla parlare, lamentare.
Quand'ero bambina
le notizie non è che le ascoltass i molto e gli eventi che adesso riempiono
buona parte dei testi scolastici di storia, erano filtrati dalla mamma che,
secondo me, non li capiva nella loro interezza ma sapeva di certo quanto fossero
importanti.
Della morte di
John F. Kennedy ricordo solo la paura per l'economia nazionale e per quella
familiare soprattutto. Della morte di papa Giovanni sentivo solo parlare con
grande malinconia, specie quando in televisione trasmettevano i filmati sulla
sua vita. Io non c'ero ancora ai tempi di quel papa, mi dovevo accontentare
delle repliche.
L'evento più
disastroso, invece, accadde nel 1969, lascio a voi andare a cercare la data. Io
non volevo mai dormire e restavo alzata anche fino a mezzanotte a guardare
cucire la mamma che raccontava le storie che da grande mi avrebbero tanto
infastidita. Non volevo dormire, ma quando mi addormentavo non mi svegliavo
più. Diventavo di pietra. Un sasso proprio. Infatti, arrivati in Svizzera,
mamma, papà e mia sorella ci hanno messo tutta la loro buona volontà per
svegliarmi e trasmettermi la meraviglia della fontana nel lago di Ginevra, ma io
appena appena aprii un occhio per vedere dell'acqua. Qualunque.
Nel 1969, un bel
giorno, o meglio una brutta notte, la mamma venne a svegliarmi. Ma non come
avrebbe fatto più avanti nel tempo, che mi chiamava e mi lasciava dormire così
che poi arrivavo tardi a scuola. No. Quella volta mi ha buttata giù dal letto,
letteralmente. Per trascinarmi in sala da pranzo a vedere (meraviglia delle
meraviglie) il primo uomo sulla Luna.
Era il tempo,
quello, in cui ci si meravigliava ancora e, soprattutto, si coltivava la
speranza. Quella di vedere un futuro se non migliore, diverso; se non nuovo,
almeno ricco di novità da vivere, sognare, raccontare.
"Cosa
succederà, adesso!" dicevano le attuali nonne. Ma senza spavento. Con
negli occhi la magia imparata dalle fiabe, inventata nei giochi di cortile, tra
i rovi carichi di more e i giuggioli da scalare e le robinie profumanti l'aria
nuova d'erba e di fiori, prati vergini dove capriolare all'infinito.
L'ho fatto
anch'io. In un posto pieno di margherite, quelle vere. Su un prato di montagna
finendo poi con u n piede in un formicaio. Eppoi vicino alla casa dei nonni.
Anch'io ho avuto i nonni ed i fili d'erba nei capelli e mani braccia gambe lerci
di terra ed erba o grasso e olio raccolti in giro per l'officina di papà.
Gli altri eventi
erano le musiche dei Beatles che cantavo/storpiavo a squarciagola: non le
capivo, non le sapevo, ma le cantavo e le ricantavo.
Anni dopo
verificai con stupore che negli stessi anni, le stesse canzoni venivano cantate
e ricantate dai soldati americani in Vietnam o dai contestatori americani in
America, inglesi in Inghilterra, italiani in Italia. E ancora anni dopo le
stesse canzoni le avrei cantate seguendo un amico ed il suo complesso sul
parterre dei Buskers o in automobile, quando arrivando ai semafori gli altri
automobilisti mi guardano allucinati, convinti di trovarsi accanto una pazza.
Mia mamma tutti
questi fenomeni non li ha mai capiti, ma ragionati sicuramente sempre,
rendendoli conformi alla sua misura di donna e trasmettendo alle sue figlie un
tesoro inestimabile. L'ha fatto in maniera sottile, inconscia, non cercata e non
voluta. Ed ha ottenuto lo scopo. Ha trasmesso l'amore per la vita, il gusto del
semplice e del bello. Ma, ancor più, o molto meno in chiave positiva, quel buon
senso che non è scritto né ragionato, in cui non ti licenziano le scuole,
diplomano i licei, laureano le facoltà. Il buon senso che scarseggia sempre
più perché non si gioca più a campana nei cortili; a nasconderella nei prati;
non si salta la corda, non si salta l'elastico. Lo sapete come si conciano un
paio di belle scarpette di cuoio a saltare tutto il giorno? Si consumano i
tacchi, si disintegrano le suole, le punte scompaiono. E più le scarpe
diventano lise, più le guance si arrossano, più la gioia sfrenata e salubre
riempie i polmoni di ossigeno vitale. E quando le scarpe danno fastidio si
tolgono e si salta con ai piedi solo le calze. Le calze si bucano ed è ancora
più bello perché poi si gioca con i buchi e si ride e si scherza.
La differenza tra
una mamma ed una nonna a questo proposito è essenziale. La mamma guarda le
scarpe sfondate e grida; la nonna guarda la nipote, poi le scarpe sfondate e
ride. Giustifica, capisce, sostiene che è inevitabile: si gioca e si rompono i
principali artifici di locomozione .
Ci sono le nonne
che regalano le scarpe e quelle dalla pensione tanto misera o lo stipendio tanto
ristretto da faticare per arrivare a regalare ai nipoti un pacchetto in
occasione di santa Lucia o di Natale. Magari ovviano all'insufficienza
finanziaria con degli ottimi tortellini fatti in casa, risparmiando sulla
fettina di carne per far bella figura almeno al pranzo annuale per antonomasia.
Ci sono le nonne
che stiravano l'organza con dei complicatissimi ferri a carbone e le nonne che
hanno poco più di trent'anni. Mia mamma ha un po' tutte le età: ha stirato con
i ferri a carbone, ha lavato la biancheria nei mastelli usando la lisciva eppure
ho l'impressione che sia stata anche sulla Luna, con i suoi passi piccoli e
precisi, a controllare che la bandiera americana non fosse scucita. E penso che
fosse anche in prima fila al concerto di Tokyo di Nini Rosso, sotto il ring
degli incontri di boxe che guardavo fino a notte fonda. La mamma-nonna sempre in
secondo piano, sempre convinta che l'umiltà fosse la vera signora e che fosse
meglio tacere piuttosto che dire sciocchezze ed essere presi in giro, come
sosteneva mia nonna Santina.
Mia mamma, così,
restando bambina, è diventata una nonna un po' speciale. Con la saggezza dei
nonni, le paure dei bambini e le caramelle ancora comperate a chili. Non importa
comperare qualcosa per sé, ma le caramelle ai bambini sempre.
L'unico ricordo
vero che alcuni miei cugini avevano di mio padre, ad esempio, era un enorme
vassoio di pasticcini che lui comperava solo per loro. Con l'ordine perentorio
di mangiarli tutti.
Forse non ci sono
più tante persone così. E forse ciò che più manca è la libertà d'esserlo,
storditi da troppe immagini cinetelevisive che ti propongono vite perfette alla
cui altezza non sarai mai, fondamentalmente perché non sai qual'è l'altezza
migliore. Quindi cerchi di tagliarti su misura una vita ideale portandoti
appresso un sacco di telecamere verso le quali atteggiarsi sperando, se non di
essere veramente vivi, di agire almeno come attori e non come comparse.
Chissà, fossi
vissuta ai tempi della mamma non mi sarei assogettata alle regole, alle
abitudini così radicate da diventare imposizioni solo perché molte persone
temono così tanto il nuovo da volerlo vietare a tutti i costi per timore di
doversene adattare.
Sarei stata come
la mamma e le sue amiche: siccome per chi andava a ballare non era prevista
l'assoluzione del parroco, inforcavano la bicicletta e correvano in città a
chiederla ai frati. Il bello di una donna come lei è che il buon senso l'ha
sempre portata a ragionare fuori dagli schemi e dalle infrastrutture a favore
della verità e della libertà.
La schiavizzante
libertà di scegliere.
Così, la mia
mamma è abbastanza moderna da non scandalizzarsi dei falsi pudori, abbastanza
contemporanea da apprezzare anche quello che non ha mai studiato, abbastanza
antiquata da fungere da depositaria di valori anche quando sarebbe comodo non
averli più.
Poi, nelle
diatribe della vita, si è accorta di essere sola con la sua saggezza.
Sola con le sue
caramelle. Ancorata ad un barlume di speranza (lumicino fioco in fondo al cuore)
che le persone sono buone, oneste, sincere. Anche quando tutto il puzzle di
fondo è scombinato ad affermare il contrario.
E stando dietro
con entusiasmo ai suoi cento nipoti e due, a due figlie ciminiere mai contente
dell'abitudinarietà, si è fermata. Inceppata. Dolorante.
La parte più
buffa interpretata dalla mamma è quella della malata. Finché sta bene, come
tutti gli adulti, dice ai bambini: "Oh, non fate tante storie! Le medicine
si prendono perché fanno bene! E più sono cattive, meglio fanno".
Poi le medicine le
deve prendere lei e piagnucola come una bambina, quasi saltellando a piedi pari
e ripetendo (nell'alta voce dei quasi afoni da raffreddamento): "Non la
voglio, non la voglio! E' cattiva! Perché mi hai messo più medicina che
zucchero? Guarda che poco! Lo fai apposta! Lo sai che è cattiva e me la dai per
far dispetto a tua mamma!".
Sono certa che nei
fumetti dei suoi pensieri, scavati nelle reminiscenze dei ricordi infantili, la
mamma mi ve de punita da un fantomatico sant'Antonio incerto su che tattica
usare. Se ad un bambino che aveva calciato un genitore aveva tolto la gamba, per
una figlia che somministra cure alla madre malata deve esserci senza ombra di
dubbio una pena esemplare, degna dei più specializzati reparti addestrati in
torture. E come non ridere delle mie risa e del suo rossore di rabbia? Come non
fotografarlo mentalmente per incorniciarlo nell'album dei 'Ricordi' per
antonomasia?
Tuttavia il clou
è stato toccato dal blocco totale. Uno di quelli in cui il corpo non ce la fa
più a seguire il ritmo incalzante degli eventi. Il rifiuto di muoversi ancora
imponendo un assoluto, tormentato riposo.
Così la nonna
lunare, ricca di energia nell'incerare i pavimenti di marmo e nel porre una
bimba capricciosa sulla lucidatrice per evitarle scenate di paura (forse
gelosia) mentre la cullava rumorosa sulla cera e sul pavimento, non si è mossa
più.
Ferma,
praticamente immobile, sul materasso di lana merinos e molle foderate di raso,
sulle doghe quasi sogno della vita.
E ancora è
cominciata un'avventura. Tra il telefono che, impenitente, se ne stava sempre
nella camera sbagliata e la paura di non guarire più quel travaglio
d'infiammazione, mia mamma rideva giusto da nonna mentre tentava di rotolare su
un materassino gonfiabile portato a spalla da due baldi infermieri.
E com'era successo
per la mia gamba quasi rotta, la preoccupazione è stata in fondo più per la
lampada rovesciata e la chiusura della casa, che non per la paziente quasi
malata. Molto malata. Non lo sapevamo.
Provate ad
immaginare una nonna in tuta da ginnastica turchese a strisce rasate, su un
materassino arancione appoggiato per terra, fissata da cinture, usata come
tavolino per due borsette, un salviettone, le cartelle dei raggi. Ed immaginate
tre persone scosse dalle risa, che la trasportano per due piani di casa mentre
osserva, per la prima volta in più di vent'anni, il soffitto dell'androne.
E' stato pesante e
divertente insieme.
Mancavano solo i
nipoti ad attenderla in cortile agitando bandierine colorate.
L'attendevano
alcuni chilometri più a nord ed è qui che salta fuori l'essere nonna.
Se è speciale
essere nonne senz'avere neanche un nipote. Se è particolare avere più di cento
nipoti e due. Se capita di voler mettere a prova la vita sfidandola a trovare
gli amici dove non ci sono, i tesori quando non ne hai. Se ti capita di voler
prendere per il naso il tempo per tirartelo appresso in lungo e in largo
sostenendo di esserne padrone. Se vuoi dimostrare che nel baratro trovi una
rete; nel dolore il sorriso; nella musica di sottofondo che ti segue sempre
amplificata da una radio a tutto volume nel bisbiglio delle cuffie o
nell'abitacolo dell'automobile, la colonna sonora dell'universo di luce
interiore. Se ti ostini a costruirti arcobaleni per evitare le strade impervie o
di aggirare gli ostacoli che sapevano d'inevitabile.
Allora ecco le
persone.
Si dice che un
amico si vede nel bisogno. Non è vero. L'amico vero c'è, c'è sempre. E nel
bisogno non servono parole, basta un contatto magnetico, un pensiero telepatico.
Certo, ad una
condizione.
La disposizione
all'amicizia fatta crescere giorno dopo giorno, con pazienza, senza vittorie e
senza sconfitte, adattando gli angoli ed i segmenti gli uni agli altri.
Insomma, quando
hai un mondo dentro non ho ancora capito se ne trovi uno anche fuori oppure se
è il tuo che trabocca.
In modo che quando
pensi: "Vorrei incontrare persone così o colà" esse ti si
materializzino davanti.
La mamma-nonna
volante sulle scale adagiata su un materasso arancione, ha materializzato
attorno a sé un sacco di sorrisi.
E le vocine dei
suoi nipoti, in coro, chiedevano: "Come sta la nonna?". Stavolta sono
stati loro a mandarle le caramelle, le piante, i saluti, i cioccolatini.
Non è divertente?
Muoversi, non si muoveva, ma osservava, parlava, rideva la nonna dei sogni di
tutti.
E' guarita, o
quasi, scoprendosi protagonista di una favola non ancora inventata, ma che forse
scriverò io, prima o poi.
O forse l'ho già
scritta per regalarla a voi.
Nipoti di una
nonna che non ne ha.
Non so, però, se
ho fatto bene i conti.
Penso di dovere
aggiungere, tra i nipoti della mamma-nonna, le sorelle di mia sorella che ne ha
una sola; i nipoti adulti che sono più bambini degli altri ed hanno più
bisogno delle nonne di chiunque altro.
Eppoi, aspetta,
vediamo, sarà meglio che prenda una carta ed inizi l'elenco ...
Alessia Biasiolo
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