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Vagavo perso nei miei pensieri, lungo l'argine di un fiume. L'ornamento dei salici piangenti portava la mia mente verso lidi di pensiero sorridente che non pensavo di possedere in una giornata cupa come quella.

L'angolo di mondo in cui ero, evocava scritti di letterati famosi che già avevano descritto erranti della vita che avevano trovato la pace su barconi.

Non so che cosa stessi cercando. Forse una risposta ad una domanda che non avevo il coraggio di pormi; forse avevo la risposta, ma non il coraggio di ascoltarla.

Cercavo qualcosa o qualcuno capace di venirmi incontro, una sorta di mago o di Fata Turchina che risolvesse i problemi esistenziali che mi sentivo vagare dentro.

Non potevo vantare il principe azzurro, non me la sentivo di chiedere aiuti extra terreni nei quali non sapevo se credere o no.

Ero in crisi, una di quelle che accalappiano le persone, qualche volta, nella vita.

Vagavo, senza meta, più in me stesso che lungo il fiume. E senza rendermene conto non c'era anima viva in giro.

Ancora adesso mi chiedo come si sia materializzato un uomo, seduto su una pietra in un'ansa del rivo carico di acqua. Stanco di camminare, mi fermai e così conobbi qualcuno che personificava i miei tentativi di trovare le risposte alle domande mai poste dell'animo.

L'uomo cominciò a parlare e io lo ascoltavo estatico: diceva, raccontandomi una storia, tutto quanto avrei voluto sentire, parlando pacatamente al mio cuore come nessuno aveva fatto mai.

… Eppure bisogna essere votati se non alla grandezza, almeno a sostenere chi alla grandezza mira per sollevare i mali dell'umanità.
Se non avessimo avuto i grandi pensatori, i grandi inventori; se non ci fosse stata gente capace di osare, il mondo si sarebbe fermato all'acquisito. Se non avessi pensato a qualcosa di meglio anche per la mia comunità, si sarebbe rimasti al lavoro pesante di mio padre, che si sacrificava affinchè suo figlio avesse il meglio e potesse, così, fare del bene.

Da me i miei genitori si aspettavano proprio questo: che per me ci fosse una realtà migliore, fatta di gioia, di speranza, di bene e di bello.
Si aspettavano cose alte e niente più alto del nostro interiore, del nostro divino che ci conduce al Divino per eccellenza.

… Così in quei mesi di riposo forzato capii. Il mio abbandono divenne totale, appagante, completo. E mi diede la forza per proseguire in un cammino che fu ancora di maggiore umiltà, magari nascosta dietro tende di autoritarismo, maschera forse della silente paura.

Dev'essere difficile riprendersi dal fondo.

Sì, duro. Ma alla fine capisci che anche trovare il fondo del baratro una benedizione. A chi non accade nulla di brutto, la vita fa un immenso regalo che, però, deve sapere bene utilizzare, senza sentirsi più alto e forte e giusto degli altri. A chi sono preservate le prove peggiori, data la possibilità di stare accanto a chi soffre, di capire i bisogni e di fare tesoro del proprio, in senso lato, benessere.

E' a questo che serve la vita. Ma, purtroppo, troppo spesso la gente trascura la propria crescita personale quando ha modo e tempo di seguirla.

… A cosa pensi? Ad un parroco impazzito, vanesio, che continuava a spendere un sacco di soldi per realizzare cose e assolutamente dimentico della spiritualità?
Dimmi che cosa ti sembra questa storia.

Veramente non ho niente da dire. E' successo, e se quelli prima di noi non avessero fatto, a noi non rimarrebbe niente. Si costruisce per lasciare un segno di sè nel futuro, per dare un tetto a chi manca, per la sicurezza di avere attorno le proprie cose. Penso che lei abbia fatto tutto questo senza saperlo, ma con uno scopo dentro di sè che ha scoperto una volta finito. Credo di cominciare a capire com' arrivato fino a qui ma, la prego, continui a raccontare. E' come sentire narrare una fiaba...

… Morii il 21 gennaio alle 2.30 del mattino.

Lo guardai fisso. Accarezzava ancora l'acqua. Era triste. Per ciò che aveva lasciato, per chi aveva sofferto. Per lui. Ma chi era poi, lui?
Si alzò e spaziò lo sguardo sull'orizzonte. Era tornato sereno.

Immagino tu vorresti sapere cosa succede dopo. Dopo succede che sei sull'orlo del tuo fiume. Ti siedi e racconti la tua storia, sperando che qualcuno la ascolti.
E incontri un ragazzo che pensa di avere smarrito la strada e che ha il tempo di ascoltarti narrare. Tante volte, sai, mi sono seduto accanto al mio fiume, ma mai come ora.

A cosa servita la mia vita? Ad essere ricordato. E' un premio importante. Ad essere ricordato nel bene. E questa la cosa migliore.

E' stato il ricordo di tante persone che mi ha permesso di vivere ancora e di percorrere ancora molta strada. Promisi e assicurai Madre Maria che avrei vegliato su lei e l'Istituto dal cielo. E così mi stato concesso di fare.

… Cosa significa essere santi, in fondo? Avere avuto la fede, la certezza del possibile, la costanza e la determinazione di credere e di continuare a farlo affinchè si realizzasse il progetto di Dio per noi.

Ero solo un povero prete che, in una radiosa mattina di aprile del 1988, stato beatificato da Sua Santità, durante la visita pastorale a Verona. Lo stadio Bentegodi era pieno di gente che sventolava fazzoletti bianchi e gialli, in una festa che mi univa all'altra grande figura veronese, don Calabria.

"Cosa significa essere santi? Apparentemente solo convocare molte persone in piazza a festeggiare e gioire la realizzazione del Bene e del Bello.
La santità la certezza che tutto può realizzarsi in Cristo, che tutto vero, anche la vita di ciascuno di noi".

… Madre Maria ed io eravamo stati Madre e Padre in vita e le nostre figlie, le Piccole Suore, non l'hanno mai dimenticato. Ci hanno permesso di vivere nei loro cuori e nel cuore della gente, hanno pregato affinchè non mancasse lo spirito vitale che ha animato dall'inizio l'Istituto. Non potevamo dimenticare i bambini, come nessun genitore dimentica i propri figli.

E non potevamo restare sordi alla richiesta di aiuto di due famiglie che desideravano il bene dei loro piccoli. Cinzia e Lara hanno avuto due genitori celesti, vicini a quel Dio che ha permesso il miracolo, e noi fondatori delle Piccole Suore siamo stati uniti di nuovo nella nostra missione, nel nostro impegno.

E' così, ragazzo, che si realizzano le favole. Credendoci. E' così che si arriva sulla sponda di un fiume e ci si sente felici di essere stati.

Era la storia più bella che avessi sentito. Era la storia che mi ci voleva in quel momento della mia vita. Avevo conosciuto un uomo straordinario perchè capace di rendere straordinario ciascuno potesse e volesse stare per un momento accanto a lui.
Lasciai il fiume, sapendo che cosa fare della mia vita, mentre lo sguardo sereno di un lontano parroco del lago di Garda accompagnava la mia strada per sempre.
Aveva ottenuto un altro tacito miracolo: mi aveva consentito di credere in me stesso e nella vita. E' a questo che servono i santi, l'ho imparato don Giuseppe...

"... Non volevo, lo dico sul serio; non credevo e sono sincero.
Eppure accetto anche questo come ho accettato tutto della vita.
E dedico queste righe, e il senso di tutta la mia vita, a quel sentimento che insito in ognuno di noi e che permette di trascendere noi stessi per donare un immenso, umano e, allo stesso tempo, soprannaturale amore...".

Da: "Beato Giuseppe Nascimbeni"

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Uno degli edifici più rappresentativi di Trento il noto Castello del Buonconsiglio il cui nucleo più antico, sorto a ridosso del mastio, del XI secolo (Malconsey), poi soggetto a successive ricostruzioni.
Entrò in possesso della Chiesa di Trento con il principe vescovo Egnone di Eppan (1255, Bonconsey). Vi furono apportate modifiche e migliorie sotto Giovanni IV di Hinderbach e Bernardo Clesio. Nel castello vi lavorarono Gerolamo Romanino, Battista e Giovanni Dossi e Vincenzo Grandi, per citarne solo alcuni.
Nell'epoca barocca il Magno palazzo e il Castelvecchio furono uniti con una Giunta, detta Albertiana, dal vescovo Francesco Alberti Poja. Il castello perdette in tal modo la sua caratteristica di costruzioni ben distinte protette dalla formidabile cinta bastionata clesiana e dalla profonda Fossa della Cervara, scavata nella viva roccia del monte.

Ai fini della nostra storia, il fossato la parte più interessante. E' scavato nella roccia e difende il castello dalla parte verso il monte Cervara.
Si raggiunge dalla loggia del giardino per una ripida scala di pietra la fossa, detta dei ‘martiri', che accoglie testimonianze dell'irredentismo trentino: due are di pietra rossa, l'una a ricordo dei caduti dell'insurrezione trentina del 19-20 marzo 1848, l'altra dei 21 volontari lombardi qui fucilati il 16 aprile sempre del 1848; tre cippi di pietra poi, ricordano l'esecuzione capitale da parte degli Austriaci dei trentini che arruolatisi nell'esercito italiano e, fatti prigionieri, vennero condannati per alto tradimento: Damiano Chiesa (nato a Rovereto il 24 maggio del 1894, il cui già fervente impegno a favore dell'intervento contro l'Austria, si concretizzò ulteriormente nel 1915. Volle arruolarsi come volontario nell'esercito italiano e con il suo reggimento di artiglieria da fortezza fu schierato sul fronte trentino. All'inizio del 1916, nominato sottotenente, prestò servizio nel nono reggimento d'artiglieria sul coni Zugna, zona che conosceva bene. Il 16 maggio fu fatto prigioniero dagli austriaci; identificato venne condotto a Trento 3 giorni dopo e giudicato dal tribunale militare. Fu ritenuto colpevole di alto tradimento e condannato alla fucilazione; la sentenza fu eseguita il 19 maggio 1916 nella fossa della Cervara del Castello del Buonconsiglio); Cesare Battisti (nato a Trento il 5 febbraio del 1875, eroe e martire, promotore del progetto di una libera università italiana a Innsbruck, era impegnato nel partito socialista; condusse strenui battaglie per il movimento operaio, per l'autonomia e a favore di un conflitto, unica soluzione secondo lui per la situazione trentina; si arruolò nell'esercito italiano durante la prima guerra mondiale. Il 10 luglio del 1916, dopo una notte di combattimenti sul Monte Corno, con la compagnia degli alpini decimata, Cesare Battisti fu fatto prigioniero -e non fece nulla per sottrarsi alla cattura- assieme a Fabio Filzi. Il giorno dopo, incatenati a due carrette, i due prigionieri furono condotti a Trento e sottoposti alla Corte marziale, che li giudicò colpevoli di alto tradimento, e furono condannati all'impiccagione. La sentenza fu eseguita il 12 luglio 1916 nella fossa del Castello del Buonconsiglio) e Fabio Filzi (nato a Pisino d'Istria il 20 novembre del 1884, anch'egli impegnato come patriota, per cui gli fu talvolta difficile svolgere la sua professione di avvocato, morì impiccato nella fossa della Cervara dopo piu' di otto minuti di agonia, accanto a Battisti con cui fu sepolto nella fossa stessa).

Queste date sono significative di un comune intento insito nell'animo trentino: l'ideale di libertà, di indipendenza, che diviene evidente in momenti storici ben precisi, portando la città ad essere protagonista della storia d'Italia alla quale a fatica ritornò ad appartenere di diritto dal 1918.

Da: "Una Casa. Una Storia"

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Da molto tempo avevo intenzione di riunire dietro un'unica copertina un gruppo di poeti e di pittori. L'impegno di creare e di promuovere la creatività non può, infatti, e sono convinta non deve, trascurare l'amicizia, i rapporti interpersonali, il bisogno e il dovere di annullare il gap esistente tra un'individualità e un'altra per creare e mantenere quel sodalizio di anime che la base dell'armonia cosmica. Della quale siamo tramiti, indipendentemente dal personale credo.
L'avventura di proporsi non mai finita quando si vuole dare il proprio personale contributo al presenta per soddisfare un moto interiore, per realizzare quel dono che rende una persona artista.
Un dono che, per definizione, non si può tenere per sè e che va elargito il più possibile, senza arrogarsi la pretesa di essere migliori, unici, innovatori.
Diranno i posteri se siamo riusciti a fare del bene al nostro pezzetto di mondo. Diranno i lettori se servito proporre una personale interpretazione del reale.
Ma il dovere di dare quello che muove la cultura, l'espressione dell'unicità del proprio punto di vista: se si abdica a questo (e ai propri sogni in nome dell'appiattimento sociale così comodo e così sofferto dall'anima che ha dentro di sè il quid di cui parlavo) si commette la più grave colpa. Avere sotterrato i propri talenti d'oro ed averne impedito il fruttificare.
Ciascuno di noi, riuniti qui da una cornice, dice qualcosa: chi , dove arrivato, quanta strada ha percorso e come, quanta ne vorrebbe percorrere e per cercare di raggiungere cosa.
Ciascuno di noi si scopre nell'altro e negli altri; si scopre vedendosi, si studia leggendosi, si commuove all'idea di avere scalato un altro pezzetto di rupe, di avere raggiunto un'altra piccola vetta.
Senza condivisione non c' gioia. E in questa opera antologica c' la gioia di essere insieme.
un'avventura e un viaggio, un dono e un privilegio, una scommessa e una semplice cosa che desideriamo sia scrigno delle nostre personali creature.

Da: "Poesie in Cornice"

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In memoria del Maestro… di Scuola

Di Dino Decca ricordo soprattutto il sorriso. Per una persona solare come appariva lui, il sorriso non era proprio normale e sintomatico. Gli doveva nascere dentro e quando lo lasciava sfuggire gli dava un tocco allo sguardo che non si dimenticava.
Mi ha sorriso molte volte, quando a notte fonda le battute si dilungavano in racconti d'infanzia e in risate a lunghe tavolate di amici.
Con Dino non era possibile annoiarsi. La sua parlata era fluida e sgorgava come una fontana con i rubinetti aperti. Citava spesso la nonna veneta, alla quale forse faceva risalire i suoi occhi azzurri. E il suo viso che spesso sembrava colto da un punto interrogativo, in effetti si soffermava sui dettagli. Li interiorizzava, tanto come io faccio con le istantanee che mi arrivano dal reale, per poi elaborarle in pittura e ogni tratto di pennello poteva sia risalire alla figura che aveva di fronte, sia a qualche attimo colto e annotato nell'anima.
Le sue storie più divertenti narravano, senza enfasi, così, come se raccontasse le chiacchiere da cortile appena ascoltate, di quando era scappato di casa e si era rifugiato in una soffitta di Flero. Di quando partiva con solo uno sgabello per sedersi per ore davanti ad un quadro a osservarlo liberando la mente.
Di quando viaggiava con il figlioletto che sosteneva portato per la musica classica da quanto aveva bella la voce. Della famosa Betty che doveva lasciare pulire l'appartamento, sosteneva, ed era per questo che andava in studio a lavorare. Cio a dipingere. Lo studio alla Pallata, poi l'avventura parigina, insomma c'era di che ascoltare, ma così di sguincio, come si dice, che quasi pensavi scherzasse.
Poi parlava delle sue modelle, di come amasse le donne, tutte le donne, ma di come a volte preferisse dipingere i vecchi: volti contorti dal lavoro e dalla fatica, invecchiati nei dolori e negli affanni. Tra i solchi delle rughe Dino ritrovava l'affetto per i suoi cari che non c'erano più, ma era anche il modo più affettuoso per dire che non amava solo il femminile. Amava la vita ed era fedele se non ad una persona, come i cani dei suoi dipinti volevano, a tutto ciò che di più vero avesse. La pittura. L'Arte del dipingere.
I suoi volti sono veri e vivi sempre, perchè dentro c' una parte di ciò che lui stesso vi ha donato. C' la poesia che tanto amava e che mi ha portata per la prima volta, tanti anni fa, alla Scuola di Flero che aveva voluto, creato e che amava come un figlio. Forse più, perchè alla data di fondazione il figlio non esisteva ancora.
Lì l'ho visto all'opera, in ore trascorse a parlare di storia dell'arte, di pittori e di date, di modi di dipingere e di sanguigne o carboncini. Poi mi dava la parola perchè leggessi qualche lirica e si emozionava. Come si emozionava davanti a molta gente in un salone, ad una premiazione, ad una cena.
Dino era così. Un angelo caduto per qualche po' a tenerci compagnia. Un angelo imperfetto, ma capace di qualcosa di sublime: ha insegnato ai suoi allievi e a quanti l'hanno incontrato l'amicizia. Anche a chi aveva paura non esistesse.
Questo avevamo in comune e questo vorrei si sapesse e si ricordasse di lui. Tutto il resto conta poco, anche l'opera più preziosa.

Da: "Maestri di… Scuola"

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Quando ti alleni ad osservare, ti ritrovi in un arcobaleno di colori di cui non avresti mai immaginato l'esistenza.
Puoi, ad esempio, vedere che intorno tutto parla di ciò che cerchi, e così trovi sempre quello che ti serve, anche quando non sai che ti serve.
Sono circondato da carte antiche, ora che ripercorro una storia che forse non mi appartiene, e forse non so che senso abbia.
Eppure il racconto ciò che sottolinea il significato di tutto quanto si materializza sotto i miei occhi con lo spessore del tempo che ha stemperato le tragedie: del tempo che ha dato significato ad attimi insignificanti; del tempo che ha costituito vite, abbattuto tabù, riordinato quello che l'essere umano imperfetto aveva smarrito, confuso, sbagliato.
Ma non ci sono sbagli, infine, se si pensa che, come possiamo scrivere erroneamente oggi il nome di un paese, soltanto per un refuso del computer galeotto o di un correttore automatico impertinente, possiamo anche leggerlo così, proprio così, in una carta topografica pergamenacea del Cinquecento, piuttosto che in un legato o in uno statuto comunale.
L'occhio si allena e si affina mano a mano che ripercorre sentieri andati, e i tratturi diventano dolci colline ricche di vigneti, mentre un'alba stemperata e quasi spenta si erge tra le nubi di un mattino a dipingere di serenità una vita snervata di tormenti che, apoteosi della tragedia, diventano un romanzo, una storia, magari anche una leggenda che racconteranno i posteri.
Nelle carte antiche ci sono pochi rilievi del terreno: soltanto i castelli e i siti più importanti, tracciati con quasi assoluta precisione affinchè si conoscessero i corsi dei fiumi e le ubicazioni delle fortezze di prima o seconda linea per combattere coloro che si volevano impossessare della terra, dei diritti.
Ma quando qui spazio il mio sguardo intorno, noto l'assoluta precisione con la quale le battaglie hanno lasciato il posto all'armonia.
Le colline moreniche bisbigliano tra loro mentre vanno incontro al lago e i vigneti si adagiano sul fondo dell'occhio a tracciare cerchi concentrici di perfezione, che diverrà poi il riempimento di cantine ordinatissime dalle ampie corti, ricche di suoni e di feste, di solchi lasciati dalla storia: le nascite, le morti, i barili e i tini, le tinozze e la sagra dell'uva.
I colori sono tersi, l'aria perfetta, lo spicchio di acqua che emerge dalle torbiere uno splendido scenario, la corolla di un fiore che si fa sempre più bello mano a mano che la saggezza del tempo lo ammanta di nuove striature.
E poi la gente. La gente. Quella che mormora e schiamazza, che corre a raccolta per il rintocco delle campane, che adorna l'aia e la fa risuonare di voci, che veste di perbenismo e di fasulla umiltà, così come di coraggio e di gusto del vivere in un serpeggiante buon senso che va perdendosi negli anfratti dei parcheggi mancati e delle rivisitazioni modernizzanti dei mezzi di trasporto.
Mi guardo intorno. E sono ancora qui, sul terreno dei miei cari, a raccontarmi una storia come se fosse un libro, un romanzo di cui ho perso le tracce fino al giorno in cui non ho buttato l'occhio su una carta, una vecchia carta appesa su uno scampolo di muro in un non so bene quale ufficio.
In quel momento il mondo, fermandosi, ha preso a turbinare in modo così veloce da richiamarmi alla mente suoni e voci, musiche e ricordi che pensavo perduti nel calare del tempo, come un tramonto su un viale troppo lungo per poter ricordare appieno da dove si era iniziato a camminare.
Mi sono guardato a destra, mi sono guardato a sinistra: e ho deciso di non svoltare. E di intraprendere la strada maestra per incontrare il mio pensiero e il mio reale nelle pieghe dei fogli sgualciti di una storia, la mia storia, che non altro che un romanzo qualsiasi. E perchè no, inventato.
Traccio anch'io, allora, una cartina per seguire il mio percorso sperando di non deviare troppo e di non sbagliarmi, chè già le leggende non hanno bisogno di essere vere per esistere. I miei occhi azzurri di chiara impronta nordica, diciamo olandese, si assottigliano per osservare meglio le tracce di un passato che non conosco e di cui pure so tutto. Franza Curta, diceva Pierre Mortier nella "Carta du Bressan" e, per uno strano scherzo del destino era una carta di un olandese, datata Amsterdam 1710. Terra dall'aria finissima, "fruttifera e piena di colline apriche e delitiose; e si accrescon le sue amate qualità per la riviera del lago d'Iseo che s'appartiene a questa parte". Già. Il lago di Iseo. Le sue delicate brezze, l'armonia delle isolette che lo costellano fino ad innalzarsi sul monte dell'isola più amata, Montisola. E poi le terrazze di vigneti, gli ulivi, il verde che impera ovunque, anche dove costruzioni armate tentano di farlo scomparire.
"… tutta una poetica visione di colline placide e ridenti, di vecchie case solatie, di sontuose ville signorili…"; "…nel suo grembo son vaghe ondulazioni di terreno, qua con cappellette e campanili in cima, là con casolari e boschetti; ed oltre la zona azzurra del lago d'Iseo, maestoso sull'opposta riva il prospetto del Guglielmo, le cui cime sono tuttavia ammantate di neve. Strade lisce, belle, qual che inerpica, qual che scende, qual che costeggia il lago…". Una terra che leggenda essa stessa, se si pensa che questo angolo di paradiso lo si deve alle preci di pazienti monaci che, a decine, hanno zappettato e bonificato una zona paludosa e buona forse solo per cacciare. L'aria che oggi respiro quieta era un tempo malsana; e soltanto la dedizione, qualche penitenza, la somma pazienza e determinazione dei frati hanno portato a questo splendore. Vorrei ricordarli ad uno ad uno, se solo ne sapessi il nome. Vorrei che rimanesse nella memoria dei più che ogni singolo stralcio di vita il risultato di tutto quanto qualcuno prima di noi ha voluto e saputo lasciare. Qualcosa che resta per sempre, o almeno per più tempo diquanto non si riesca a vivere. Nessuno pensa più a tutti quei monaci o frati appartenenti alla badia di Leno, ai monasteri di san Faustino Maggiore, di santa Eufemia,dei santi Cosma e Damiano, o al monastero di Santa Giulia di Brescia.
Quel monastero che nato già come una leggenda, voluto da Berengario per la figlia Ansa, ricco di privilegi e di possedimenti, di ogni sorta di ricchezza e anche dello strazio della sfortunata, e leggendaria anch'ella, Ermengarda. Quella che almeno ci piace ricordare o pensare così. Tutti, insomma, cooperarono per la bonifica agraria per la quale il fisco regio longobardo aveva dato in assegnazione i terreni: e il risultato questa meraviglia che ho attorno oggi. Sembra che proprio alla franchigia fiscale, di cui godevano queste corti (Adro, Borgonato, Clusane, Colombaro, Cremignane, Nigoline, Timoline e Torbiato) protette dai Benedettini, dato il disastroso stato della zona, si dovesse il nome di zona franca, Franchae curtes. Secondo alcuni, tuttavia, questo misterioso nome avvolto nella leggenda, si può fare risalire a Carlo Magno il quale, dopo la conquista di Brescia nel 774, era accampato vicino a Rodengo nel giorno di San Dionigi, festa che egli aveva fatto voto di celebrare a Parigi. Cedendo alla nostalgia, l'imperatore decise che la zona venisse chiamata "piccola Francia" (Francia corta in italiano) e fece edificare un santuario dedicato al santo patrono della sua nazione. Secondo un'altra leggenda, nel 1265 un'insurrezione popolare sfociò nell'espulsione delle truppe occupanti comandate da Carlo d'Angiò, al grido di "Francese fuori! Qui Francia sarà corta!". Gabriele Rosa, famoso storico, dava di questo episodio un'interpretazione diversa, osservando che l'occupazione del re di Francia era stata breve (corta).
Ancora c' chi pensa che tale nome sia dovuto alla condizione del volgo che, perennemente a curt de franc (a corto di soldi), indicava così la zona. Teatro di leggende di per se stessa, la Franciacorta ha il sapore delle cose che non si possono conoscere appieno, perchè non ti nota la porta di ingresso e puoi solo immaginare cosa ci sia dentro o dietro di essa, nel naufragio delle conoscenze perdute per sempre. La data ufficiale del nome Franzacurta nei documenti, univoca: il 1277, nello statuto municipale di Brescia, come riferimento all'area a sud del lago di Iseo, tra i fiumi Oglio e Mella. Già allora la zona era un importante bacino di rifornimento di vino per la città, la Valcamonica e la Valtrompia. Alcuni paesi franciacortini sono stati riuniti nel 1928 sotto un'unica denominazione, Corte Franca, che comprende Bettolino, Borgonato, Bracchi, Budrio, Colombaro, Fornaci, Fornaci-Quattrovie, Gas, Sant'Eufemia, Timoline, Zenighe e Nigoline. Nigoline, luogo di nascita della mia personale leggenda, deriva il nome da "novus", "terra nuova" appunto, perchè bonificata; ma alcune fonti affermano che forse il toponimo il diminutivo di nuvulus o di nuculinae, "piccole noci".
Il paese fu assegnato dai Longobardi ai monasteri di Leno e di Santa Giulia di Brescia e, in epoca successiva, alle corti dei monasteri di santa Eufemia e di san Faustino Maggiore con il titolo di san Martino, vescovo di Tours, dei Santi Cosma e Damiano; infine, ai vari priorati cluniacensi di Provaglio, Clusane e Colombaro. Testimonianza di tutto quanto il mondo cattolico ha fatto sono le pievi e le santelle rimaste a ringraziare i santi, e i committenti, che venivano invocati in mancanza di altra speranza per sopravvivere, per scampare ad una carestia, ad una guerra, ad una pestilenza. In paese, a Nigoline, le case nobili o patrizie delle famiglie che ricordano il corso inarrestabile della storia, sono molte da molto tempo, raggruppate attorno alle rovine del castello. Le più note sono i Nigolini, valvassori in origine del castello stesso. Poi i Da Iseo e i Della Corte, i Lana e i Fenaroli, accanto ai mitici Martinengo, testimoni delle battaglie sanguinose tra guelfi e ghibellini, gastaldi, come gli Oldofredi, del vescovo di Brescia; quindi, i Torri. Ma la famiglia della quale voglio raccontare la leggenda quella dei Vestali, possidenti di terreni ricchi di vigneti, fortunati, con le posizioni migliori sia per gli assolati che per le penombre, sia per i trasporti che per le vendemmie. Essi erano coloro che trovavano sempre manodopera, perchè chiunque avrebbe voluto lavorare per loro. Le aie grandi con le cascine, che accoglievano lo sguardo dei visitatori soltanto quando i pesanti portoni si aprivano, stavano a dimostrare l'ordine e la potenza della casata. Da loro c'era sempre il salame a metà mattina e durante la giornata; la polenta scodellata, fresca e bollente, da enormi paioli di rame su piatti che sapevano di lisciva e di strofinacci grezzi. Non mancava mai il vino e l'abbondanza, sia che ci fosse secco che tempesta. Dai Vestali non ci si doveva mai preoccupare. Se serviva il vento per fare cadere le olive, il vento era dolce e deciso; se serviva la brina sui chicchi d'uva, c'erano le nebbioline delicate su gonfie gocce di rugiada. E se serviva il sole, l'acqua, la quiete, potevi essere certo che nei campi dei Vestali essi c'erano.
La famiglia Vestali era grande e unita, capace di respingere ogni avversità, soltanto se lo desiderava. E l'armonia imperava e si specchiava in quella delle colline, nella delicatezza delle pennellate che il tempo lasciava al cielo terso nel primo freddo autunnale. Si diceva che il capostipite dei Vestali fosse un uomo che aveva combattuto fiere battaglie al fianco dei Veneziani, soprattutto nel periodo a cavallo dell'inizio del Cinquecento, quando, ragazzo, militava per i Marcheschi per difendere l'idea di repubblica che, più o meno bene, i Veneziani portavano avanti. Era stato propositivo durante il sacco di Brescia, nel 1512, quando le dispute tra bresciani che sostenevano la Repubblica e bresciani che sostenevano i Francesi avevano portato a lutti e tragedie senza precedenti. Non si sapeva bene da dove venisse e quale fosse la sua appartenenza: alcuni lo ricordavano come un orfano allevato dai monaci; altri dicevano che aveva avuto origini nobili ed il padre era morto in battaglia. Fatto sta che, difendendo la Serenissima tra le fila dell'esercito come semplice esecutore di ordini, si era meritato il premio di terreni importanti.
Tali possedimenti gli vennero assegnati nel 1535. Secondo alcuni, perchè se li era appunto guadagnati sul campo; secondo altri, perchè era l'amante di una contessa; secondo i più accreditati, perchè aveva salvato la vita al doge, ma non aveva voluto che si sapesse in giro. Doveva essere stato un personaggio positivo se era riuscito ad impostare così bene la vita per la sua famiglia, che fu ricca e serena per secoli, fino al finire dell'Ottocento. Nel tempo, i suoi discendenti erano riusciti ad accrescere il patrimonio senza doverlo difendere con la spada. Erano stati ambasciatori o mercanti, persone rette, giuste e buone: e così avevano mantenuto ed accresciuto la stima ed il rispetto antico. La grande degnazione familiare si leggeva negli occhi di ogni figlio, di ogni nipote. Tutti venivano adeguatamente istruiti da maestri domestici e la tradizione voleva soltanto famigli che avessero studiato: se non ne avevano la possibilità, la dinastia si impegnava a fornire istruzione, anche a costo di chiamare maestri dall'estero, che poi erano le regioni limitrofe.
i parlava sempre, celiando, di un leggendario maestro bergamasco, che aveva guadato il fiume di nascosto durante una delle tante traversie che avevano segnato il rapporto di confine tra bergamaschi e bresciani. Si diceva che Manzoni avesse preso spunto dalle fughe di quel furbo maestro per avere il lavoro nella tanto ambita famiglia Vestali, per raccontare come Renzo se n'era andato appunto in quelle zone a cercare rifugio e lavoro. Di solito, un tempo, a Nigoline come in ogni altra parte d'Italia, si raccontavano storie, vere o inventate da qualcuno bravo, accanto al fuoco, la sera; o si leggevano libri, per chi aveva la fortuna di saper leggere, ad alta voce agli altri; oppure, dalla lettura si prendeva lo spunto della conversazione, confrontando le gesta dei personaggi con qualche persona realmente esistita. E ciò consentiva di tramandare la tradizione di famiglia o di stemperarla con le storie dei romanzieri, tanto che attualmente non si sa più bene quale sia la verità e quale la leggenda.
Sarà stato per questo che tutto divenuto leggenda, riguardo ai Vestali. Sarà per questo che gli storici impiegano anni per scoprire nessi tra uno scampolo di tempo vissuto e l'altro, dalla stessa persona o da altri. L'ultimo dei Vestali si chiamava Francesco, uomo autoritario e tutto d'un pezzo, che non solo fu in grado di mantenere i possedimenti della casata, ma che ne quintuplicò anche il potere economico, grazie ad una mente illuminata per gli affari. Prima ancora che il Consorzio Antifillosserico Bresciano diramasse la circolare dei primi di gennaio del 1901, Francesco aveva già recepito che era necessario innestare le viti locali con quelle americane per salvarle dalla malattia. Leggeva molto e riceveva posta da mezzo mondo, con ogni sorta di notizia e di aggiornamento su ogni aspetto della vita quotidiana. Aveva seguito i dibattiti degli esperti ed aveva provveduto, a sue spese, a procurarsi il materiale utile per ottenere i migliori risultati dei suoi vigneti e delle sue terre in genere.
Le sue viti erano rigogliose e gli avrebbero garantito una buona produzione per l'anno seguente. Non voleva perciò far mancare la sua partecipazione al concorso, che metteva a disposizione ben tremila lire "fra i migliori vivai di viti americane resistenti, piantati da Corpi Morali o da privati entro il 1901", i cui prodotti fossero destinati alla vendita. E tutto tornava a suo favore! "Il vivaio concorrente dovrà avere una estensione non inferiore ai 4000 mq": Francesco vi partecipò figurando come proprietario di più vivai, visto che aveva già disposto di riservare un appezzamento alle piante madri produttrici di talee, uno a barbatellaio per le viti non innestate ed uno per viti locali innestate. E siccome nessuno sapeva che egli aveva già fatto gli innesti, li avrebbe fatti figurare, come da regolamento, nel 1901.
Erano in palio mille e cinquecento lire. Ed altrettante per i vigneti. Nel 1905 Francesco venne premiato con 1250 lire: quasi la metà del monte premi. Padre di otto figli, di cui tre maschi, garantiva alla dinastia lunga vita, nonostante le vicissitudini del tempo e della storia. Le battaglie non erano mancate mai, ma la famiglia era lì, a testimoniare che, quando si vuole il bene, si sopravvive sempre. La figlia più giovane di Francesco si chiamava Metina, un nome che doveva derivare per forza da qualche antico segreto tramandato sul letto di morte da padre in figlio. Nessun altro in famiglia era stato chiamato così, se non questa figlia femmina, che era nata, dopo un esercito di maschi, per ultima. Come poi i Vestali sapessero che Metina sarebbe stata l'ultima nata, era un enigma. Ma si mormorava solo quel nome e quel genere, forse perchè era femmina, forse per una sorte oscura di cui nessuno voleva parlare. Nemmeno la madre, Vincenza Bellardi, sapeva il vero perchè di quel nome. …
Fu al Vecchia Praga che la conobbi, mi sembrava per caso, dopo che ne avevo sentito a lungo parlare e dopo una presentazione di sfuggita al Caffè della Stampa. Aveva organizzato un'esposizione di quadri di una pittrice sua amica, di comune accordo con Tiziano che, in quei giorni, era entusiasta per la sua idea delle "santelle", con tutti i bar del centro aperti, i tavolini fuori e le strade chiuse al traffico. Per questo, alla morte di Tiziano, pensai di telefonarle per darle, purtroppo, la brutta notizia. Fu così che ci incontrammo di nuovo, per ricordare quello che era un amico, anche se lo conoscevi da un minuto, per parlare di poesia, io poeta e lei poeta.
Mi guardava con intensi occhi scuri che, mano a mano, si impadronivano dei miei, azzurri; e, all'improvviso, mi chiese: "Ha mai sentito parlare di una certa Metina?". Non sapevo cosa rispondere. Il cuore cominciò a tamburellare all'impazzata e il senso di disagio riprese a farsi largo, come se il tempo si fosse fermato sui colpi di scena della mia vita. La donna fatale, che scoprii di avere dinanzi, cambiò subito discorso, cominciando a parlare di una nuova raccolta di poesie, in lingua italiana e bresciana. Era di nuovo un giorno sei. Se avevo sentito la mancanza di una persona forte accanto a me, nelle traversie della vita, qualche volta, ora ero già certo di averla trovata. Una persona che, senza che lo sapessi, stava percorrendo un pezzo di strada con me. Bella forza, verrebbe da pensare: tutti stiamo camminando nella stessa direzione e lo facciamo tutti insieme, volenti o nolenti. Eppure, ci sono delle persone che camminano proprio sui nostri stessi passi, vivendo una sorta di vita parallela. Sono come degli angeli che hai accanto e non lo sai. come se con loro tu stessi percorrendo una strada in due, con tanto di strisce pedonali e di marciapiedi che non hanno barriere architettoniche.
Di nuovo, lasciando cadere la frase nel mezzo del nostro incontro, quasi le fosse casualmente uscita di bocca, virando il discorso come un'imbarcazione a vela in un mare in tempesta -che ero io in quel momento- aggiunse: "Ho scoperto da poco di chiamarmi Metina, che poi il mio secondo nome". Metina non era rimasta solo mia mamma, quindi; e se il ricordo evocato dal nome era di una maledizione, ero certo che ora, al suo posto, avevo trovato lo spazio temporale positivo. Il tempo aveva riacquistato il suo ticchettare regolare e potevo azzardare la titubante domanda. "Conosce l'origine del nome?". "Forse ci siamo conosciuti perchè lo dovevo rivelare a lei!", rispose sorridendo.
Era lei la storia dei miei cari, lei che aveva la forza e il coraggio di riannodare gli episodi di una vita e di trovarvi una traccia che fosse il senso delle carte del tempo, che fosse il senso da raccontare. Che avesse un senso da raccontare. Perchè ogni vita vale per sè, e ogni famiglia ha le sue maledizioni e le sue benedizioni. Ogni pieno vuole il suo contrario, recitano i saggi. Ed era arrivato il momento di tramutare Metina in una fiaba solare. Proprio come la donna che mi stava parlando. Perchè inutile perpetuare nel tempo il Male. Se non lo si traduce nel suo contrario, non si riusciti a sistemare niente. Ed ora… Sono ancora qui, sul terreno dei miei cari, a raccontarmi una storia come se fosse un libro, un romanzo, di cui ho trovato le tracce il giorno in cui l'ho avuto in regalo tra le mani, con la parola fine.

Da: "Metina. Un mistero in Franciacorta"

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Data: 05/09/2010
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